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lunedì 16 maggio 2011

L'ultimo Ciambellone...

Fedele al motto che quando "si accende il sole, si spegne il forno", avevo deciso di non fare piu' ciambelloni, ed invece ieri pomeriggio il tempaccio ha rifatto "capoccella" ed allora, coaudiuvato della principessa Sofia, ne ho fatto un altro.


Ingredienti:
4 uova;
4 hg di zucchero;
2 bustine di lievito;
1 bicchiere d'olio;
1 bicchiere di latte;
1 scorza di limone (facoltativa).
In forno, già moderatamente caldo, 50 minuti a 200 gradi.

In questo che vedete sopra è stata sciolta la cioccolata(quella delle uova di Pasqua....) nel latte e sono stati aggiunti dei pezzettini di cioccolato sopra.

Per il resto le solite raccomandazioni: spalmare un po' d'olio sul tegame e monitorare durante la cottura con uno stecchino lungo la cottura dell'interno del ciambellone.

Questo fotografato sopra, di corsa e con il bb, si è leggermente bruciacchiato sopra, ma vi posso assicurare che è comunque fragrante e buono.

Marco.

p.s.prossimamente due rece di vini galattici...!!!!

lunedì 7 febbraio 2011

Porcini che passione !



Metti che una sera non ti va di cucinar nulla...
Metti che un tuo amico ti ha regalato questo splendido frutto della natura...
Metti che la padella è già pronta...

Un po' d'olio, qualche pezzetto d'aglio appoggiato sulle "capocce", una spolveratina di pepe e tanta sana pazienza per una cottura lenta e che inebrierà la casa di un profumo molllto buono.

Marco.

sabato 22 gennaio 2011

Un piatto thailandese...

Questa ricetta, che forse è sbagliato chiamare thailandese, è d’importazione.
Nel senso che la prima volta l’ha cucinata per noi Stefano, il fratello di mia moglie, durante uno dei "ritorni" a Roma.
Lui è da circa due anni che si diletta a Singapore…ogni volta che torna fa incetta di generi alimentari italici, ma anche la cucina del posto non gli è affatto ingrata.

La prima fase di preparazione è piuttosto lunga: si tratta di tagliare alla julienne le verdure (zucchine e carote) e il wurstel a pezzettini, riporre in recipienti separati e attigui ai fornelli.
Il petto di pollo va tagliato a piccoli pezzi, non piccolissimi ed anch’esso depositato in un piatto .
Si comincia mettendo sul fuoco olio, scalogno( o cipolla...) e peperoncino, la cui quantità è in base ai gusti.
La cottura vive principalmente di tre fasi: la cottura delle verdure, la cottura della carne e l’aggiunta di riso e germogli di soia.
La padella dev’essere bella grande…questa è la prima fase di cottura : stanno cuocendo le verdure.


A seguire… verdure da una parte e il resto dall’altra.



Quando anche la carne è ad un buon punto di cottura,si mescola il tutto e si crea uno spazietto sulla padella per "strapazzare" le due uova che poi vengono mescolate al resto.
Ovviamente in un tegame a parte si cuoce, poco, il riso che verrà scolato non del tutto.
La salsa si aggiunge all’ultimo quando si "buttano in mezzo" i germogli di soia che vanno depositati subito dopo l'uovo, poichè richiedono un modesto tempo di cottura per "appassire" per benino.
Si continua a versare la salsa anche quando si "gira" il riso nella padella.
Sul quantitativo della stessa non so dirvi con precisione, ma vi assicuro che dopo due o tre volte che fate questa ricetta, saprete regolarvi benissimo.


Finale nella padella.


…e finale nel piatto !



Ingredienti per due persone:
2 zucchine ;
2 carote ;
1 wurstel grande ;
2 uova ;
2 hg. di riso basmati ;
1 fettina di petto di pollo ;
70 gr. di germogli di soia ;
un po’ di salsa di soia dolce.

Questa è una tipica, e commerciale, salsa di soia dolce.



Marco.

venerdì 12 novembre 2010

Una pizza in compagnia...

Era molto tempo che ci giravo intorno e così l'occasione ha fatto la pizza !
Sfruttando un'alzataccia fatta a causa della tosse/raffredore/febbre della principessa Sofia, giovedi 4 di prima mattina ho fatto l'impasto e la sera mi sono dedicato alla cucina...


Ingredienti per la pizza:
- 1/2 kg di farina tipo O ;
- 3 dl di acqua tiepida ;
- 1,5 dadi di lievito di birra ;
- una presa di sale ;
- un cucchiano di zucchero.
Fare l'impasto, ammassare per circa 15 minuti e lasciare riposare in una scodella/insalatiera in un luogo asciutto e parzialmente caldo per almeno 5/6 ore.



Dopo averla "guarnita" a piacere(io ho fatto la margherita classica)infornare a forno già caldo a 220 gradi per 15/20 minuti, per la prima cottura e poi altri 7 minuti per la seconda cottura(quella che permette alla mozzarella di sciogliersi).

Ho messo due foto fatte abbastanza in fretta che spero rendano un po' l'idea.
La "mia" pizza era croccante e gustosa, le donne di casa( in ordine sparso:Sofia, Simo, la suocera e nonna) hanno apprezzato e magnato di buon gusto.
La prossima volta provo quella con le patate !

Marco.

mercoledì 20 ottobre 2010

Una crostata al volo...



Erano circa dieci anni che non ne facevo una, ma domenica 3 Ottobre mi sono dilettato nella preparazione della crostata "di Nonna".
La chiamo così perchè è la ricetta che usa mamma e che in precedenza usava mia nonna.

Ingredienti semplici e preparazione veloce:
- 1/2 kg di farina da dolci;
- 3 uova;
- 50 gr di burro;
- mezza bustina di lievito;
- 1,5 hg di zucchero;
- circa 600 gr di marmellata di un gusto a piacere.

Forno a 200 gradi per 20-22 minuti ed il gioco è fatto.

Sembrava tanta, invece è terminata subito.
La dedica non poteva non essere per le due "S" della casa...


Marco.

giovedì 28 maggio 2009

Coniglio allo spumante.



La ricetta è simpatica, è una cavolata da fare ed è tratta da enotime.

Ingredienti (4 persone): 1,5 kg coniglio a pezzi, 80 g burro, 1 spicchio
d'aglio,1/2 bottiglia di spumante secco, 1 foglia d'alloro, rosmarino, olio
extravergine d'oliva, sale.

Lavare e asciugare i pezzi di coniglio. Soffriggere l'aglio, il rosmarino e l'alloro in poco olio e burro. Appena l'aglio si imbiondisce, aggiungere il coniglio e farlo insaporire e rosolare rigirandolo spesso per circa 5-6 minuti. Condire con il sale grosso e poi bagnare con lo spumante.

Infine cuocere a fuoco lento per circa 45-50 minuti.

mercoledì 20 maggio 2009

Gnocchetti sardi biancoverdi


Ricetta tipica sarda (tratta da enotime).

Ingredienti (per 4 persone): 350 grammi di pasta tipo gnocchetti sardi; 100 grammi di ricotta dura; 1 mazzetto abbondante di rucola selvatica;1 spicchio di aglio; 5 cucchiai di olio extravergine di oliva; Sale e pepe per insaporire.

Preparazione: Monda e asciuga la rucola, quindi tagliala a striscioline sottili. Metti a bollire l'acqua per la pasta e, al bollore, salala poco, quindi getta gli gnocchetti. Unisci alla pasta in cottura circa la metà della rucola.
Scalda in una padella l'olio e aromatizzalo con uno spicchio di aglio, sbucciato e leggermente schiacciato. Toglilo quando comincia a diventare scuro. Scola la pasta, quindi falla saltare in padella con l'olio aromatizzato.
Unisci la restante rucola a striscioline. Completa con la ricotta grattuggiata, mescolando bene. Servi subito la preparazione abbondantemente cosparsa di pepe appena macinato.

martedì 5 maggio 2009

Pankes, le Frittelle Americane.



Oggi descrivo una ricettina americana, quella delle frittelle che tutti abbiamo visto nei film. Non è una cosa difficile, solo che ci vuole un po’ di tempo e diverse suppellettili da utilizzare (e sporcare). Non l’ho fatta io ma Rosalba, e questo mi ha permesso di fare un mucchio di foto: spero che vi possano servire nella realizzazione.
Tra l'altro devo dire che pensavo che fosse una cosa pesante e invece non lo è affatto.

Ingredienti (per 12-14 frittelle):

200 gr. di farina 00, 2 cucchiaini di lievito in polvere (ad. es. paneangeli per
dolci), ½ cucchiaino di sale, 1 cucchiaio di zucchero, 2 uova, 250 ml di latte
scremato, 3 cucchiai di olio (di oliva preferibilmente, anche se la ricetta dice
di semi), burro, sciroppo d'acero (o miele).

Preparazione.
In un recipiente medio unire: farina, lievito, sale e zucchero. Mescolare e metterli da parte. In un altro recipiente medio battere i bianchi d’uovo finché diventano consistenti. In un terzo recipiente medio, senza lavare lo sbattitore, battere leggermente i tuorli.



Mescolare bene il latte e l’olio (altro recipiente!!!).



Aggiungere i liquidi agli ingredienti solidi (tranne i bianchi d’uovo) e mescolare finchè il composto è omogeneo.



Aggiungere infine i bianchi d’uovo montati.



Questo è il risultato finale che dovreste avere:



Passiamo alla cottura. Ungere una padella di diametro medio e riscaldare a fuoco moderato.



Mettere circa tre cucchiai del composto per pancake ottenuto nella padella. Distribuire fino ad ottenere un cerchio di circa 10 cm di diametro.




Cuocere finchè la parte superiore mostra delle bolle ed appare asciutta; girare il pancake e cuocerlo dall’altra parte finchè si scurisce.



Impilare i pancakes che ottenete in un piatto e tra uno e l'altro mettere un tocchetto di burro (mezzo cucchiaino). il burro si scioglerà a contatto con le superici calde dei pancakes.



Alla fine dovreste ottenere una roba del genere.



Versateci su del miele o dello sciroppo d'acero (consiglio quest'ulitmo) e mangiateli caldi.
Sono very very good!

Buon appetito.

mercoledì 8 aprile 2009

Seppioline in salsa su pane tostato.



Ricettina di pesce, carina e semplice (da enotime.it):
Ingredienti (per le solite 4 persone): 1 kg di seppioline; 200 grammi di pisellini primavera sgranati; 1 carota; 1 costa di sedano bianco; qualche foglia di basilico; una grossa pagnotta casereccia; 2 spicchi di aglio; 1/2 bicchiere di vino bianco secco; 400 grammi di polpa di pomodoro; un poco di farina; alcuni cucchiai di olio extravergine di oliva; sale e pepe per insaporire.

Preparazione: Taglia a dadini il sedano e la carota e soffriggili con 3 cucchiai di olio e l'aglio schiacciato e rotto in pezzetti. Pulisci le seppioline, lavale e uniscile al soffritto insieme ai piselli. Sala, pepa, bagna con il vino e lascia completamente evaporare.
Aggiungi la polpa di pomodoro e il basilico, unisci un cucchiaio scarso di farina setacciata e cuoci a fuoco lento, mescolando spesso, per 40 minuti circa. Poco prima della fine della cottura, taglia delle larghe fette di pane casereccio con mollica compatta e abbrustoliscile da entrambi i lati sotto il grill del forno.
Sfregale con uno spicchio di aglio fresco sbucciato e sistemale un paio su ogni piatto.
Versa le seppioline con abbondante sugo e servi.

martedì 31 marzo 2009

Pollo fritto.




Seconda ricettina di Maria Cristina:


Ingredienti: sovracoscie di pollo, farina 00, darina di riso, sale, birra
ghiacciata, olio d'arachide. Quantità: qb


Prendete le sovracoscie di pollo, pulitele, disossatele e tagliatele a cubetti medio piccoli.



Preparate della pastella con farina 00, farina di riso, un pizzico di sale e birra ghiacciata (o altrimenti acqua gassata ghiacciata), il composto dovrà risultare ne molto denso ne molto liquido.


Passate nella pastella i cubetti di pollo e friggeteli in abbondante olio (d’arachide se possibile)caldo.
Scolateli e salateli a piacere.



Ed ecco il risultato finale.





Maria Cristina

martedì 24 marzo 2009

Spaghetti di Riso con germogli di soia.


Oggi è presento una ricetta della mia collega Maria Cristina, anche lei nuova leva del Melmo Blog, recentemente acquisita nell'ultima campagna acquisti.
Ha promesso tante ricettone tutte speciali, quindi tenetevi pronti.

Ingredienti: germogli di soia, aglio, cipolla, olio di semi, carote, zucchine,
salsa di soia, spaghetti di riso. Quantità: qb! :)


Lavate i germogli di soia e teneteli da parte.
Fate soffriggere l’aglio tritato finemente e la cipolla affettata sottilmente per qualche minuto in poco olio di semi.
Quando avranno preso calore (non bruciateli) aggiungete le carote alla julienne e continuate a girare spesso, le zucchine, poca salsa di soia, i germogli di soia e condite con le spezie a piacere.
Fate proseguire la cottura delle verdure a fiamma media per circa 5 minuti, se si asciugano troppo aggiungete poca acqua di volta in volta.
Nel frattempo immergete gli spaghetti di riso in abbondante acqua salata e tiepida x circa 10/15 minuti, scolateli .
Unite gli spaghetti al condimento, aumentate la fiamma in modo che la padella sia ben calda e saltateli per qualche minuto, aggiungendo qualche altra goccia di salsa di soia.

Maria Cristina

mercoledì 4 marzo 2009

Caponatina.




Ingredienti (per 6 persone): 1 kg di melanzane - 400 gr di pomodori
ben maturi - 1 cucchiaio di concentrato di pomodoro - 10 gr di olive verdi in
salamoia - 50 gr di capperi sotto sale - 1 cucchiaio colmo di pinoli - 1
bicchiere di aceto di buona qualità - 1 grossa cipolla - 1 cucchiaio di zucchero
- 2 cucchiai di olio extra vergine d’oliva - olio di oliva per friggere - un po’
di foglie di basilico - sale - pepe




Lavare le melanzane, privarle del gambo e tagliarle a tocchetti. Metterle quindi in un colapasta, spolverarle di sale, posarvi sopra un piatto con un peso sopra e lasciarle spurgare per un’ora (in modo che perdano l'amaro che le contrddistingur). Passare velocemente i pomodori nell'acqua bollente, passarli sotto l’acqua fredda, pelarli, privarli dei semi e spezzettarli. Snocciolare e dividere le olive in due. Fare soffriggere la cipolla, unire i pomodori ed il concentrato. Lasciar cuocere per dieci minuti a fuoco medio e senza coperchio. Insaporire con poco sale e pepe. Aggiugere le olive, i pinoli ed i capperi ben sciacquati dal sale. Sciogliere lo zucchero nell’aceto e versarlo nel sugo mescolando bene e lasciare cuocere a fuoco dolce per circa venti minuti. Sciacquare ed asciugare le melazane premendole dentro un canovaccio. Friggerle, anche in più volte, in abbondante olio ben caldo. Scolarle e stenderle su carta da cucina. Aggiungere le melanzane alla salsa e lasciarle stufare per cinque minuti.


La caponativa va mangiata a temperatura ambiente dopo averla cosparsa di foglie di basilico spezzettate. Va’ tolta dal frigo almeno un’ora prima di servirla.




Stefano

martedì 17 febbraio 2009

Cucina Giapponese


Oggi parliamo di cucina giapponese. Tra le varie cucine estere che ho visto e assaggiato, quella giapponese è sicuramente la più complicata da accettare per noi occidentali a maggior ragione per chi (per fortuna non io) mangia prevalentemente per riempirsi la panza e quindi segue la logica del "pago quindi voglio il piatto pieno".


Per i giapponesi la vista è il primo senso che entra in gioco, a tavola. Ciò che viene pensato per essere assaporata, viene pensato per essere gustato prima dagli occhi. Il piatto è una piccola opera d’arte che deve soddisfare regole precise di armonia e grazia, accostamenti di colori che non siano stridenti e di forme che siano complementari ed equilibrate.
Quando vengono servite delle pietanze, si deve fare attenzione a come sono disposte: le geometrie dei cibi e dei piatti; la regolare ed attentissima disposizione di ogni singolo pezzo di sushi; lo studio del colore di ciò che viene mangiato, nella ciotola dove viene servito.




La cucina giapponese è creata per essere assaggiata in piccole parti, poiché in questo gioco delle forme e dei tagli un ruolo fondamentale lo ricoprono le cosiddette “bacchette”, hashi. Se il commensale non ha a sua disposizione un coltello, sarà il cuoco a risolvere il problema, tagliando il cibo nel modo più opportuno.
E infatti per i cuochi giapponesi i coltelli sono strumenti importantissimi, quasi sacri: in nessuna altra cucina esiste una tale varietà di oggetti pensati per tagliare qualsiasi cosa, dal pesce crudo che verrà servito così, semplicemente perfetto in base al suo taglio (il sashimi), alle verdure, alla carne che, seppur scarsa, nella cucina giapponese esiste ed è ottima. L’arte del taglio, quindi, non riveste solo una funzione estetica ma anche pratica; o forse, in linea con la tradizione dell’arcipelago, che da sempre coniuga praticità e grazia, quella del taglio è diventata un’arte, proprio perché necessaria e utile. Attenzione, quindi, ad usare le bacchette nel modo più appropriato: non servono per tagliare, né tantomeno per “infilzare” pezzi di cibo difficili da prendere per dita occidentali inesperte: occorre tenere presente che conficcare hashi nel cibo è uno degli atti più sgradevoli che si possano compiere, a tavola.




Gli alimenti devono essere, il più possibile, incontaminati: per questo motivo si tende a consumarli in parte crudi (pesce e verdure), mescolati tra loro il meno possibile, e serviti il più delle volte con salse a parte. Pesce e riso sono senz’altro i pilastri della cucina giapponese. La carne è stata bandita per molto tempo, anche per motivi religiosi, e la maggior parte delle terre coltivabili sono dedicate al riso e al tè.



Il riso ha, in giapponese, vari nomi, se crudo, cotto, o cotto come riso all’aceto, cioè quello che accompagna il pesce nel sushi . Uno di questi nomi, goha n, indica in questa lingua non solo il riso ma anche l’intero pasto (colazione si dice asagohan , cena bangohan etc), e questo rende l’idea dell’importanza di questo cereale nell’alimentazione.
Dal riso deriva il sakè, la bevanda più importante in Giappone: ne esistono più di 50mila tipi. Anche le verdure sono importantissime nella dieta giapponese, sia nella versione più nota ai palati occidentali, tempura , ovvero in pastella, sia crude o cucinate in altro modo.



Nonostante la diffusione del riso, esiste anche la pasta, ed è anzi consumatissima, anche se non è proprio identica a quella “occidentale”. Gli spaghetti orientali vengono comunemente chiamati noodle, e sono alla base di piatti notissimi, come ad esempio il ramen .





La pietanza più nota del Giappone è senz’altro il sushi, che unisce i due cardini dell’alimentazione dell’arcipelago, riso e pesce. Il riso usato, la varieta japanica a chicco corto, è preparato con aceto, e prende il nome di sumeshi . Al riso vengono aggiunti filetti di pesce crudo, o gamberi, o uova di pesce. A seconda della forma e della preparazione il sushi ha nomi diversi. I blocchetti avvolti in alga nori, col pesce in genere al centro, si chiamano norisushi , mentre quelli modellati a mano, col pesce semplicemente appoggiato sopra il riso, hanno il nome di nigirisushi. Il sushi viene spesso consumato con wasabi , una pasta molto piccante, e shoyu , salsa di soia.
Il sashimi è conosciuto al pari del sushi , anche se spesso le due specialità vengono confuse.
Il sushi prevede l‘utilizzo, imprescindibile, del sumeshi , il riso all’aceto (tanto che probabilmente ne deriva anche il nome). Il sashimi consiste invece in sottili fettine di pesce o crostacei, crudi. E nient’altro. La difficoltà di questo piatto consiste nell’abilità del taglio: non ci si improvvisa artisti del sashimi da un giorno all’altro, occorre una preparazione lunga e complessa. Oltretutto, trattandosi di pesce crudo, deve essere della migliore qualità, freschissimo. All’arte del taglio si affianca quella della disposizione nel piatto: torna il discorso sul senso della bellezza nella cucina giapponese. Il sashimi non è mai adagiato a caso nel piatto che lo contiene.



Alcune pietanze sono cotte in modalità Tempura: è un nome di origine portoghese: i giapponesi infatti appresero questo metodo di cottura dai mercanti sbarcati nell’arcipelago nel 1500. Si tratta di una pastella di acqua e farina in cui si immergono verdure, ma anche pesci, crostacei e molluschi, per poi friggerli, mantenendoli leggeri e croccanti.



Anche in Giappone come in India vengono portati contemporaneamente tutti i cibi, slegandosi dalla separazione tra primo, secondo, contorno, frutta tipicamente occidentale, e molti piatti sono conviviali, nel senso che vengono cotti oppure si attinge tutti da un piatto centrale.



Alcuni consilgi pratici e parole da usare a tavola:



Itadakimasu: equivale al nostro "buon appetito"
Kanpai: equivale al nostro "cin cin"
Gochisosama: si dice alla fine del pasto e significa "il pasto era delizioso e nutriente"
Bacchette: sono presenti ad ogni pasto e vengono adoperate per quasi tutti i cibi; quando non le si usa bisogna appoggiarle sull'apposito sostegno o appoggiarle alla ciotola più bassa. Non vanno infilate nel riso e non si deve passare il cibo da una bacchetta all'altra (atti che si compiono durante i funerali). E' maleducazione usarle per indicare qualcuno o qualcosa. Per servirsi da un piatto di portata si deve girarle e usarle dalla parte che non si è portato alla bocca.
Portate: non esiste un antipasto, un "primo" e un "secondo"; tutte le portate vengono servite contemporaneamente. Di solito si inizia il pasto bevendo il brodo e successivamente si mangiano i cibi via via più saporiti, partendo dal riso bianco.
Bevande: tradizionalmente durante il pasto si beve solo il brodo; bere il tè mentre si mangia è un'usanza di origine cinese.
Zuppe: si bevono direttamente dalle ciotole in cui sono servite mentre gli ingredienti solidi che ne fanno parte devono essere presi con le bacchette.



Noodles: per mangiarli non si deve essere inibiti. Devono essere gustati bollenti direttamente dal brodo e quindi risucchiati rapidamente aspirando contemporaneamente aria per raffreddarli. Se mangiati correttamente si emette un forte rumore, così come per bere il rimanente brodo. Questo "rumore", sgradevole a noi occidentali, è invece gradito ai giapponesi perché significa che la pietanza è molto gustosa.

Ciotola: può essere portata tranquillamente all'altezza del petto.

Melmo Staff

martedì 10 febbraio 2009

Teneroni in tegame...


Oggi una ricettina facile facile, tratta da Enotime, cui dovete però abbinare due cose: la prima è un bel Nobile di Montepulciano DOCG coi fiocchi, la seconda è un po' di pazienza, perchè ci vogliono un paio di ore di preparazione!

Ingredienti (per le solite 4 persone): 200 g di carote, 2 teneroni (tranci di
pancia di vitello arrotolata) da g 200 cadauno, Cannella, Paprika, Cipolla,
Brodo vegetale, Olio extravergine d'oliva, Sale, Pepe in grani.


Preparazione: Metti i teneroni in teglia con poco olio, sale, pepe macinato e infornali a 170°C per 45 minuti. Raschia le carote, riducile a rondelle e falle appassire in una casseruola con una cipolla tritata, un filo d'olio, poi unisci i teneroni appena sfornati. Copri la carne di brodo vegetale, aggiungi abbondante paprica e cannella, copri e fai stufare a fuoco medio per circa 1 ora. Servi i teneroni caldi con il loro aromatico intingolo di carote.

...e buon appetito!


Melmo Staff

mercoledì 4 febbraio 2009

Cucina musulmana , seconda parte.




Riprendiamo la descrizione della cucina musulmana. Attenzione che questa parte (in fondo) è per stomaci più forti.




Diverse citazioni del Corano parlano di cibi leciti o meno.
Col passare del tempo si sono aggiunte norme che proibiscono tipi nuovi di cibo ritenuto nocivo; esse vanno dal consiglio di non consumarne (ad esempio caffè e tabacco), alla proibizione formale (le sostanze stupefacenti comunemente dette droghe). Alcune Scuole di Giurisprudenza sconsigliano anche la carne di cane, di gatto, d'asino, i rognoni, il midollo, il cervello, e gli attuali prodotti alimentari con conservanti o altri ingredienti di origine animale, indicati nelle etichette con la lettera E. Proibiti i collageni e le gelatine animali.
Sono dubbi (mushbûh) e quindi in linea di massima da evitare, i cibi contenenti colesterolo, gliceridi, monogliceridi, digliceridi, enzimi, ethoxylato mono- e di-gliceride, acidi grassi, glicerolo e glicerina, stearato di glicerolo, glocogeno, proteine animali idrolisate, pepsine, fosfolipidi, presame (caglio) e siero latteo (naturalmente non lo yogurt e ciò che lo compone, ché anzi è uno dei principali alimenti consumati dalle genti turche), materie derivate da grassi animali.
In definitiva: nel mare magno di quanto oggi l'industria alimentare propone, l'Islamic Food and Nutrition Council of America (P.O.Box 425, Bedford Park, IL 60499) ha oggi stabilito - oltre a quanto detto più sopra - un elenco degli alimenti e loro componenti leciti e illeciti.
Sono stati dichiarati leciti:Aceto, Acido acetico (aceto), Acido ascorbico, Acido citrico, Acido fosforico, Acido ossalico, Acido propionico, Amidi, Aspartame, Benzoato di potassio, Benzoato-Acido benzoico, BHA, BHT, Bromato di potassio, Burro di cacao, Carbonato di calcio, Carragenani, Cloruro d'ammonio, Destrina di malto, Destrina, destrosio, Digliceridi, EDTA, Enzima fungal-proteasi, Ergocalciferolo, Ergosterolo, Fosfato bicalcico, Fosfato di monocalcio, Fosfato tricalcico, Fruttosio, Glucosio, Gomma d'acacia, Latte in polvere non grasso, Lecitina, Lieviti, Lievito di panetteria, Malto, Melassa, Monosaccaridi, MSG (Glutammato di sodio), Nitrati, Nitriti, Olio di soia, Olio idrogenato, Olio vegetale parzialmente idrogenato, Olio vegetale, PABA, Prodotti Peptici, Propionato, Proteina di soia, Proteine vegetali idrolizzate, Saccarina, Sale, Sciroppo di mais, Soia, Solfato d'ammonio, Solfato di ferro, Sucrosio, Tapioca.
Comunque, riguardo alle carni commestibili, per l'Islam in generale:vi sono animali il cui consumo è lecito (halâl).Vi sono animali il cui consumo è dubbio, sospetto, preferibilmente da evitare (mushbûh ).Vi sono animali il cui consumo è proibito, illecito (harâm - termine che significa anche: sacro, inviolabile).
Vi sono animali il cui consumo è abominevole (makrûh).La carne di pesce è lecita.
La selvaggina è lecita solo se il cacciatore è musulmano e se sparando pronuncia la formula tasmiya (Bismillâhi, Âllâhu âkbar: Nel Nome di Dio, Dio è il più grande), o se, catturata la preda viva, la dissangua ritualmente.
Dietro il versamento di un'elemosina a un povero sono leciti anche l'onagro e la iena.L'animale trovato morto (mayta, la carogna) è proibito, tranne nei soliti casi di necessità assoluta (Corano: V, 3).



Tuttavia, la carne degli animali leciti è commestibile solo a condizione che essi siano stati macellati secondo il rituale, ossia secondo le prescrizioni sciaraitiche (termine derivato dal vocabolo arabo Sharî`a: la Legge religiosa islamica). Pertanto la carne degli animali da macello (bovini, ovini, caprini) e degli animali da cortile (conigli, pollame) è lecita solo se sono stati macellati secondo le regole islamiche, ossia:a) il macellatore deve essere musulmanob) l'animale deve essere adagiato sul suo fianco sinistro, con la testa volta alla Ka'bac) il taglio della gola deve essere eseguito: 1) con una lama affilatissima, senza assolutamente intaccare la spina dorsale, 2) recidendo con un unico, veloce colpo le vene carotidi, le arterie giugulari, la trachea e l'esofago; 3) il taglio va fatto alla base del collo se il collo è lungo (cammello, giraffa, struzzo, oca), o nella parte più alta del collo se è corto (bovini, ovini, caprini); 4) va fatto con la mano destra, mentre la sinistra tiene ferma la testa dell'animale.d) il taglio NON va preceduto da stordimento dell'animalee) l'animale deve essere trattato con rispetto; e posto in un luogo in cui non vi siano tracce di sangue o di bestie macellate, onde evitare che l'odore del sangue terrorizzi l'animale. Esso va accarezzato, tranquillizzato.f) le gambe dell'animale vanno legate, tranne la destra posteriore, affinché l'animale possa muoverla e scalciare, sentendosi così più tranquillo.g) ma, soprattutto: il taglio va preceduto dalla formula già citata prima: Bismillâhi, Âllâhu âkbar.
Se uno di questi precetti non è osservato, la carne dell'animale non è lecita.
Questa macellazione rituale ha lo scopo di far uscire il sangue dall'animale. Infatti il sangue è carico di tossine negative per l'essere umano, e se l'animale si spaventa per la morte imminente scarica nel sangue adrenalina, pur essa tossica.
Il taglio della gola fa sì che, con la mancanza di ossigeno al cervello, la morte dell'animale sia immediata, mentre i riflessi condizionati continuano a far sì che il sangue venga espulso dal corpo.
Macellazione sciaraitica in Italia.
L'Italia ha assunto la normativa della Comunità Europea, le cui norme sono diverse da quelle ebraiche e musulmane.
Tuttavia è stata prevista una deroga a beneficio delle Comunità minoritarie, e quindi la macellazione sciaraitica è autorizzata.
Pertanto è stato stabilito che la macellazione venga eseguita da macellai musulmani incaricati dalle Comunità e accreditati presso i macelli dagli organi rappresentativi musulmani, che debbono controllare il rispetto delle regole.


Stefano.

venerdì 30 gennaio 2009

Cucina musulmana, prima parte.




Dopo la trattazione della cucina ebraica, possiamo passare a quella musulmana, indicandone le varie regole che la caratterizzano.
Anche in questo caso faremo un doppio appuntamento, per evitare di fare un singolo post eccessivamente lungo.
Nell'Islam, come descriverò più dettagliatamente in seguito, gli alimenti si suddividono in:


  • halâl: (permessi, leciti);

  • harâm: (proibiti, illeciti);

  • mushbûb: (dubbi, sospetti; il loro consumo è quindi affidato alla coscienza del musulmano);

  • makrûh: (abominevoli).

Nel Corano, si legge (Vª5):


Oggi è reso lecito a voi il buon cibo [âlTayyibât, letteralmente: i
gradevoli,le cose sane]; gli alimenti di quelli che hanno ricevuto le [sacre]
Scritture sono leciti per voi, e i vostri alimenti sono leciti per loro.
E del pari le donne oneste fra le musulmane e quelle oneste fra quelli cui sono
state date le Sacre Scritture prima di voi; purché diate loro la loro dote,
vivendo con rispetto, non commettendo fornicazione e non prendendo amanti.
Chi rinnegherà il buon comportamento, vanificherà il suo operato e nella
vita futura sarà fra i perdenti.

In linea di massima quindi sono permessi ai Musulmani i cibi sani; e sono specificatamente proibiti il maiale e gli alcoolici.


Alimentazione degli Arabi prima dell'Îslâm.
Animali da allevamento, prevalentemente il montone, anche il grasso del cammello e della coda di montone; ma l'uso abituale di carne era comunque raro.
Principale alimento base era il latte, di cammella, di capra, di pecora, e da questi il burro e i formaggi.
Nel Sud della penisola arabaprimeggiavano i datteri, in grandi varietà; nel Nord, pane (di orzo e di frumento), zuppe, legumi, e poca selvaggina di ogni tipo. Soprattutto i popoli agricoltori avevano zuppe e piatti di carne molto grassi. Molto apprezzato anche per le sue qualità altamente salutari il miele, che verrà poi lodato anche nel Corano.
Vino soprattutto di palma, ma anche di uva, e a volte importato. Il quadro religioso preislamico era molto vario, quindi anche per ciò che riguardava gli alimenti sussistevano molte varietà di regole.
Le più note eran quelle delle comunità ebraiche, una cui eco si sente nel Corano là dove rende lecito a tutti i Musulmani ogni tipo di pesce.

Regole alimentari del primo Îslâm.
Il mondo islamico inglobò paesi conquistatori e paesi conquistati, ciascuno con una sua tradizione alimentare.
Tuttavia già dal terzo secolo dell'Égira gli interscambi e l'unità del dogma creano una vasta area relativamente omogenea in cui emergono soprattutto gli usi di tre cucine tipiche: la romana, la bizantina, la turca.
Anche grazie all'organizzazione e all'estensione dei commerci, si diffondono i prodotti base; ne sono esempi maggiori il riso e lo zucchero di canna, venuti dall'Asia centrale.
Il riso, dall'India giunge sino in Spagna. Ma anche altri prodotti ignoti all'impero romano giungono ora anche all'Europa cristiana. Lo zucchero, dall'India, soppianta l'utilizzo romano del miele, ma vi si affianca anche il giulebbe di uva, di carruba, e di altri frutti dolci.
Di grande commercio universale è il grano.
Particolarmente apprezzate le spezie, importate dalla Cina e dall'India, già note in periodo preislamico e anzi veicolate nel Bacino mediterraneo dalla Grande carovaniera dell'incenso, essendo essenziali per la conservazione degli alimenti e per problemi di disinfezione intestinale.
In definitiva i principali apporti islamici all'Occidente furono: il riso, gli spinaci, i limoni, le arance, le pesche, i carciofi, le albicocche, lo zucchero, il caffè.
Con i prodotti furono veicolati anche gli insegnamenti per coltivarli ed elaborarli.
I paesi islamici importavano a loro volta derrate alimentari anche da paesi non musulmani: dalla Russia e dai paesi slavi pesce secco, miele e nocciole; dalla Toscana olio d'oliva; dalla Francia e dalla Sicilia formaggi particolari.


Conservazione.

I precedenti metodi romani e bizantini erano ben conosciuti nel mondo islamico. Cibi seccati con vari metodi (anche carni e pesci) erano presenti dovunque, così come i cibi affumicati e salati. Meloni della Transoxiana erano portati a Baghdad in ceste con ghiaccio, chiuse in casse di piombo.
Erano comuni i cibi conservati sott'olio, nell'aceto, nel miele, chiusi in boccali sigillati, anche posti sottoterra. Gli aromi venivano soprattutto dall'India. Ma va considerato che la farmacopea musulmana - in quei tempi all'avanguardia in tutto il mondo antico - aveva già fatto conoscere la conservazione mediante antisettici.
In generale i venditori di cibi conservati costituivano vere e proprie corporazioni per le "conserve alimentari". Avevano una considerevole rete commerciale, e importavano perfino dall'Italia salsicce (non di maiale) conservate con metodi romani, che venivano principalmente dalla Lucania, come dimostra il loro nome arabo laqâniq o naqâniq.

Preparazione.
La giurisprudenza malikita e la giurisprudenza abadita prescrivono che la moglie non può essere obbligata a macinare; dilatando questo assunto si andò ben presto stabilendo nel mondo islamico l'uso di far preparare una parte dei cibi da negozianti specializzati.
Invalse in seguito l'uso, ad esempio, che le paste venissero portate a cuocere dal fornaio, e alla fine furono molti i piatti venduti già pronti. I viaggiatori europei che visitarono il Cairo nel Medioevo parlavano di circa 12.000 rosticcerie.
La preparazione dell'olio era assicurata da vere e proprie industrie.
Per i cristiani e gli ebrei e per qualche musulmano che non seguiva il divieto coranico era comunque presente l'industria del vino, con variazioni da paese a paese. Ve ne erano importanti centri in Siria, ma non in Egitto; in tutto l'impero Ottomano, ma non in Istànbul. Industria di considerevole portata fu quella dello zucchero di canna, apprezzato in tutto il mondo.
Nell'antico Cairo producevano zucchero 58 stabilimenti, e sotto i Mamelucchi ciò divenne un monopolio di stato. Molto apprezzate furono anche le industrie delle marmellate, dei dolci, della bottarga.

Stefano.

martedì 27 gennaio 2009

Cucina Indiana



La cucina indiana estremamente variegata, e risente delle prescrizioni religiose (su tutte musulmane e induiste), delle divisioni culturali immancabili in un territorio così vasto e così densamente popolato, delle tradizioni culinarie e delle localizzazioni geografiche, tale per cui in alcuni posti dell'entroterra non si usa il pesce come invece si fa sulla costa. In sostanza si può dire che non esiste una cucina indiana propriamente detta, o meglio non esistono piatti nazionali, ma tante cucine diverse tra loro e a volte diverse anche dalla tradizione in virtù della commistione delle stesse cucine e di qualche occidentalizzazione dovuta all'afflusso turistico.




Molto note sono le preparazioni tandoori (carni o pesce cotti in uno speciale forno di terracotta, di forma cubica all'esterno e concava all'interno, alimentato a carbonella, che consente una cottura rapida ad altissima temperatura con totale esclusione dei grassi e che rende croccante l'esterno e lascia morbido l'interno) e per il curry.
Il curry, che in Occidente è identificato con un'unica polvere gialla profumata e piccante, è in realtà non solo un intero gruppo di spezie il cui aroma varia a seconda dei componenti e, ovviamente, del piatto a cui è destinato, ma un modo tipico e caratteristico di preparare i piatti.


Fermi restando i principi seguiti dalle cucine di derivazione musulmana, di cui si parla a parte nel blog, la cucina indiana di filone induista si basa sui principi dietetici scritti nei testi sacri dell'Ayurveda, che regolando in particolare il dosaggio e i miscugli delle spezie affermando che un'alimentazione fortemente speziata è una garanzia di buona salute. L’Ayurveda include una teoria della nutrizione basata sui sei sapori fondamentali e calibrata su diversi temperamenti individuali.

I sei sapori contemplati sono dolce, agrodolce, salato, amaro, piccante e astringente; i tre tipi di costituzione (dosha) sono “Vata”, “Pitta” e “Kapha” (o una combinazione tra loro), generati dagli elementi naturali terra, acqua, fuoco, aria ed etere. Ogni indiano, definisce la sua alimentazione in funzione del suo tipo di costituzione: a seconda del tipo di dosha dominante vengono suggeriti cibi e spezie capaci di donare equilibrio.

La tradizione indiana divide i cibi in tre gruppi:
  • cereali integrali, riso, noci, germogli, frutta, verdura fresca e miele, che danno slancio alle capacità migliori e alle facoltà più elevate, non appesantiscono il corpo e lo tengono in forma;

  • cereali, formaggi freschi, latticini, legumi, dolci, cioccolato e zuccheri che arricchiscono di energie, aumentano le forze, la passione, e rendono dinamici;

  • carne, pesce, uova, alcol, funghi, cipolle e aglio che invece appesantiscono, offuscano la chiarezza mentale e rendono meno sensibili.



  • Per semplicità, ma con le ovvie approssimazioni del caso, la cucina indiana viene codificata nei testi suddividendo i piatti in base a due categorie: cucina indiana del nord e del sud.

    La cucina indiana del nord è caratterizzata dal ghee, il burro chiarificato nel quale si soffriggono le spezie, che fa da base per ogni prepazione; molti tipi di pane, carni grigliate, poche salse e una preferenza per lo yogurt. I piatti tipici di questa regione sono i pulao persiani, miscugli di riso e carne con zafferano; i biryani, piatti unici a base di riso, carne o pesce, e verdure; gli spiedini. Nello stato del Punjab, dove è situata la capitale, Delhi, nacque il famoso tandoori. Il Kashmir è il maggior produttore di peperoncino del paese, e la capitale dell'agnello.

    La cucina indiana del del sud è profondamente vegetariana, a base di legumi e cereali, soprattutto lenticchie e riso, non si cuoce con il burro ma con l'olio vegetale. La costa è ricca di alberi da frutto: anacardi, banani, limoni, piante di guaiava, alberi del pane, manghi, papaia, tamarindi, tè e caffè. In tutta la costa tropicale, a partire da Goa, si cucinano pesci, crostacei e molluschi, molto speziati. Famosi i piatti a base di tamarindo dello stato del Tamil Nadu, nella parte orientale, e quelli a base di cardamomo delo stato del Kerala, a Ovest dell'estremità meridionale, dove si possono assaggiare gli idlis, dolcetti di riso fermentato.


    La cucina indiana più ricercata è quella dello stato del Maharashtra, la cui capitale è Bombay.
    Qui i piatti sono preparati con un numero molto grande di ingredienti, vengono preparate e utilizzate le chutney, composte di frutta speziate, gli achar (o pickles, sottaceti piccanti). La cucina è tendenzialmente dolce e (relativamente) poco speziata.
    Interessanti anche le tradizioni culturali legate al cibo. Gli indiani mangiano tutto o quasi con le mani: quelli del nord si servono delle punte delle dita, quelli del sud prendono gli alimenti a piene mani. L'eleganza esige di prendere il cibo lentamente con le prime tre dita della mano destra, senza sporcarle oltre la prima falange. Il pane è l'unico utensile utilizzato.


    Tutte le pietanze sono servite conteporaneamente: è il thali, grande piatto rotondo individuale, in cui sono presentate tutte le vivande. Nel nord questo grande piatto è di metallo, nel Sud e nelle case contadine ci si accontenta di una foglia di banano. Le pietanze liquide sono disposte in ciotoline, i katori, di terracotta, e disposte sul thali.

    Stefano.

    giovedì 22 gennaio 2009

    La cucina Kosher - Parte seconda






    Passiamo oggi alla seconda parte della trattazione della cucina Kosher (si dice anche kasher, ma a me piace più kosher).


    È degno di nota il fatto che uno dei primi precetti impartiti agli esseri umani concernesse il cibo, con la proibizione ad Adamo ed Eva di mangiare i frutti dell’Albero della Vita. Da allora, gli ebrei hanno sempre posto grande enfasi sull’autocontrollo alimentare.
    Le leggi dell’alimentazione ebraica affondano le radici nella Bibbia e vengono osservate dagli ebrei da più di tremila anni. I principi fondamentali della kashrùt sono illustrati nel Pentateuco e sono definiti statuti, ossia leggi di cui non ci viene data alcuna motivazione comprensibile dall’intelletto. Tuttavia, i rabbini hanno sempre sottolineato il loro ruolo essenziale nella preservazione della vita dell’ebreo.
    Osservando la kashrùt, i bambini imparano fin dalla più tenera età il concetto di disciplina, distinguendo tra ciò che è permesso e ciò che non lo è. Ma al di là di tale esercizio di autocontrollo, i rabbini del Talmud forniscono un’idea più mistica: mangiando cibo non kosher, si riducono le proprie facoltà spirituali, “interferendo la comunicazione con la propria anima”.
    Il pensiero chassidico si spinge oltre, spiegando che tutto ciò che mangiamo diventa parte integrante del nostro sangue. E poiché, come dice la Bibbia stessa “il sangue è l’anima”, mangiando cibi vietati, cose che D-o ha creato come impure, diventano parte della nostra anima rendendo quindi impuri noi stessi.
    Così come una dieta salutare è buona per il corpo, la kashrùt lo è quindi per l’anima. Nella casa ebraica, il tavolo è un altare, la cucina un tabernacolo...
    Si tenga presente che quanto segue non è che l’illustrazione dei fondamenti della ben complessa legislazione che determina l’alimentazione ebraica. Un quadro completo dell’argomento si può ottenere solo consultando un rabbino o un esperto nel campo
    Il cibo kosher (o kashèr) si classifica in tre diverse categorie in base alla loro origine:

    Cibi a base di carne.
    Cibi a base di latte.
    Cibi parve.
    Parve: i cibi che non contengono ingredienti né di carne né di latte sono definiti parve, termine che indica il loro stato “neutrale”. Frutta e verdura allo stato naturale sono kosher e parve. Il pesce che ha pinne e squame è kosher e parve. Il cibo parve può diventare di latte se cucinato con latte o derivati, e di carne se invece cucinato con derivati di carne.
    Carne
    Le leggi fondamentali che definiscono quali animali, uccelli e pesci sono kosher, sono illustrate in Levitico, cap. XI.
    Due sono le caratteristiche che rendono kosher un animale: Per quanto concerne la carne bovina, gli animali devono avere lo zoccolo fesso ed essere ruminanti. Esempio di animali kosher: mucca, capra, pecora ecc. Fra gli animali invece non kosher vi sono, ad esempio, il maiale, il cammello, il cavallo, il coniglio...
    La carne di cervo non è più a portata della tavola kosher poiché, in base a normative agricole, tale animale deve essere ucciso a colpo di pistola in campi aperti, e non condotto in un mattatoio. Nel XIX secolo, i macellai kosher usavano recarsi alla tenuta della famiglia Rothschild una volta all’anno per preservare in Inghilterra la tradizione di sgozzare il cervo.
    Tutti gli animali e i volatili carnivori, il sangue di animali e di volatili e qualunque sostanza da essi derivata non sono kosher.
    I rettili, e la maggior parte degli insetti non sono kosher.
    Volatili
    Alcuni volatili come il pollo, il tacchino e alcuni palmipedi sono kosher. La Torà elenca soltanto gli uccelli vietati, quali lo struzzo, il gufo e l’avvoltoio. Tuttavia, oggi è difficile stabilire con assoluta certezza l’identità esatta di tutte le specie. Per tradizione però, mangiamo pollame (pollo, oca, anatra, tacchino...) e anche piccione, fagiano e pernice. Una tradizione ebraica tedesca permetterebbe anche il passero.
    Latte
    Latte e latticini (formaggi, crema, burro ecc...) di qualunque animale kosher sono a loro volta kosher e “di latte”. Essi non possono essere consumati assieme a carne o pollame.
    Poiché non è possibile distinguere latte kosher (ossia di un animale kosher) da quello non kosher, i rabbini hanno decretato che esso debba essere controllato dalla mungitura fino al confezionamento, per garantire che proviene da un animale kosher. In molti paesi del mondo in cui l’origine del latte in commercio è garantita dalla legge, alcune autorità rabbiniche avevano a loro tempo sostenuto che il latte è garantito come kosher e per questo non deve essere controllato (dopo la II guerra mondiale, data la difficoltà negli USA di reperire del latte controllato, una autorità rabbinica aveva permesso ai consumatori Kosher aventi primaria necessità, come i bambini ecc., l’utilizzo di latte non controllato affidandosi ai severi controlli e sanzioni governative a chi mescolava latte proveniente da altri animali). Il latte kosher controllato, detto Chalav Israel, è oggi molto diffuso sul mercato dei centri di vita ebraica del mondo e quindi facile da reperire.


    Formaggio
    Per il formaggio la questione si fa un po’ più complessa, in quanto sotto qualunque forma deve essere controllato da un rabbino. Questo perché il caglio è di origine animale, provenendo in genere dallo stomaco di vitello. I saggi del Talmud hanno perciò decretato che tutti i formaggi debbano provenire da una fonte controllata, anche qualora il caglio dovesse essere vegetale, chimico o microbico. Un altro vincolo che autorizza il formaggio è la produzione della cagliata, che deve avvenire per mano di un ebreo sensibile alle leggi della Kashrùt, così come per tutti gli alimenti che necessitano cottura.
    Burro
    Il classico burro da tavola che troviamo negli scaffali frigoriferi dei supermercati è distinguibile tra burro classico e burro extrafine. Il burro classico, o senza altra specificazione, è nella stragrande maggioranza un sottoprodotto di lavorazione dei formaggi, rilavorato in burrifici che rilevano dai caseifici. I caseifici infatti usano recuperare il siero che si separa dal formaggio durante la produzione, per farne del burro industriale il quale viene venduto ai burrifici che a loro volta miscelano ad altro burro in base alle caratteristiche desiderate, per farne un commercio ad uso domestico. Il burro extrafine è derivato dalla panna del latte, e quindi non pone problemi di Kashrùt, se non ché oggi molti produttori di burro extrafine producono anche burro acquistato da caseifici alterando la kashrùt degli impianti produttivi. I consumatori si sono abituati all’idea di utilizzare come standard solo burro certificato perché ad oggi oltre che garantire la kashrùt generale del prodotto, dichiara anche un controllo dalla mungitura.
    Carne e Latte
    Una posizione centrale nell’ambito della kashrùt è occupata dalla separazione fra carne e latte. I divieti che la riguardano sono molto severi, forse più di ogni altra norma di kashrùt.
    Ad esempio, non si può mangiare carne di coccodrillo perché non è kosher, ma si possono indossare scarpe di pelle di tale animale. Ma dalla mescolanza fra carne e latte non è consentito trarre alcun beneficio. Così, se è occasionalmente cuoco in un ristorante non kosher (purché ovviamente non ne assaggi il cibo), l’ebreo può preparare gli hamburger, ma non i cheeseburger.
    Per poter consumare latticini dopo aver mangiato carne o derivati è richiesta un’attesa di sei ore. Questo stesso arco di tempo è necessario anche tra la consumazione di formaggi “duri” e carne. Si noti che benché il pesce sia parve, esso non deve essere consumato assieme alla carne.
    Chi convive con animali domestici deve verificare addirittura il cibo che acquista per loro uso, per assicurarsi che non vi sia mescolanza tra carne e latte fra i loro ingredienti.
    La separazione fra carne e latte si applica non solo al cibo stesso, ma anche a tutti gli utensili impiegati per la sua conservazione, preparazione e consumazione. Tale rigore nella separazione comporta il possesso e l’uso di set separati di posate, piatti, utensili e lavandini. Anche la lavastoviglie può essere impiegata o per la carne o per il latte, ma non per entrambi.
    Il cibo che non è né di carne né di latte è definito parve, neutro, e utensili parve come bicchieri o ciotole per l’insalata possono accompagnare sia i pasti di latte che quelli di carne. Il vetro non assorbente normale può essere considerato parve per molti pareri. Bisogna stare invece attenti al pyrex o a qualunque altro utensile di vetro resistente al calore del forno, che possono essere usati solo o per la carne o per il latte.
    La separazione non si limita alla cucina e alla tavola: siamo infatti tenuti ad astenerci dalla consumazione di latticini dopo la carne finché non sia trascorso un certo numero di ore. Lo Shulchàn Arùch, il Codice di Legge Ebraica, riporta due tradizioni: una, decisamente poco diffusa oggi, richiede un’attesa di un’ora soltanto (e gli ebrei olandesi vi si attengono ancora); l’altra, più universalmente accettata, ne richiede invece sei. Viceversa lo stesso intervallo si applica dopo aver mangiato formaggi detti duri, cioè stagionati, come ad es. il grana o il parmigiano, poiché richiedono un processo digestivo simile a quello della carne.
    Infine, per evitare spiacevoli confusioni, il pane deve sempre essere parve, e quindi non può contenere burro o latte.
    Pesce
    Gli ebrei hanno sempre avuto un debole per il pesce. I loro antenati si lamentarono per la sua carenza nel deserto, ricordandosi del pesce mangiato in Egitto!
    Mentre vi sono poche varietà di carne e pollame kosher, ciò non vale per quelle di pesce, che sono numerosissime. Come la televisione, in passato gli scaffali del pescivendolo erano in bianco e nero. Oggi, grazie alla gran varietà di speci esotiche d’importazione, viene offerto al consumatore un vero arcobaleno di scelte.
    Per essere kosher, il pesce deve avere pinne e squame facili da rimuovere. Ad esempio, quelle dello storione sono difficilissime da togliere, fatto che lo rende non kosher, come lo sono automaticamente le sue preziose uova, ossia il caviale.
    Esempi di pesci Kosher possono essere il salmone, la trota, la cernia, il nasello, la sogliola ecc.
    Es. di pesci non kosher: l’anguilla, il pesce spada, il pesce gatto, lo squalo...
    Tutti i crostacei, i frutti di mare ed i mammiferi acquatici non sono kosher.
    Il pesce, sia fresco che surgelato, dovrebbe essere acquistato con la pelle, in modo da verificarne le squame per riconoscerlo con certezza.
    Carne e pesce
    Un’altra norma vieta di consumare pesce e carne assieme, ma per un motivo diverso dal latte. È semplicemente perché i nostri saggi, paladini di una vita salubre, considerano tale miscuglio nocivo alla salute. Così ci si asterrà dall’accompagnare un buon piatto di carne con salsa di acciughe...
    D’altro canto, non vi è alcun problema nel mangiare carne immediatamente dopo il pesce, o viceversa.
    Si usa però “pulire” prima il palato con del pane o bevendo qualcosa. Questo può spiegare perché molti bevono un goccetto dopo il pesce del Sabato prima di passare alla portata successiva...


    Verdura
    Mentre la consumazione di carne di maiale implica una sola trasgressione, quella di un insetto ne comporta diverse. La Torà e molto esplicita nei divieti concernenti tali creature e quindi la frutta e la verdura potenzialmente esposte a infestazioni devono essere controllate e pulite accuratamente.
    Quella che può sembrare una bella foglia di lattuga, osservata più da vicino può apparire come un albergo per insetti. Altre “dimore” molto apprezzate da queste bestioline sono ad esempio il prezzemolo, l’asparago, le verdure di primavera, i broccoli e i cavolfiori.
    Tutti gli insetti o vermi visibili a occhio nudo devono essere “sfrattati”, immergendo la verdure in acqua salata o in aceto, oppure mettendo particolari prodotti esistenti sul mercato su un panno e strofinando delicatamente la foglia, il tutto seguito da un accurato controllo visivo. Anche la frutta e la verdura in scatola possono essere problematiche. Gli insetti vi si presentano come granelli neri, ma fortunatamente possono essere rimossi con un panno di mussola.
    Vino
    Vino e succo d’uva devono essere esclusivamente di origine approvata dai rabbini, ma non per lo stesso motivo del formaggio. I saggi bandirono il vino di produzione non ebraica essenzialmente per evitare i matrimoni misti, poiché il bere può portare poi all’incontrarsi e così via. Anche prodotti come il brandy e l’aceto di vino devono portare il sigillo di un rabbino.Esso è kosher solo se la sua produzione viene effettuata da un ebreo osservante. La produzione di vino kosher può richiedere un notevole dispendio di tempo e denaro, poiché richiede la scrupolosa kasherizzazione dell’attrezzatura precedentemente impiegata per la produzione di vino non kosher e la presenza di un’intera équipe di personale osservante debitamente addestrato.
    Come spesso accade, ingredienti non kosher possono infiltrarsi nella produzione di vini non kosher, ad es. si usava aggiungere sangue di toro per la colorazione o più comunemente un agente di raffinamento proveniente dallo storione.
    Si tratta di motivazioni fondamentali che sottolineano l’importanza di un controllo rabbinico molto accurato.
    Pane
    I rabbini sconsigliano la consumazione di pane non prodotto da ebrei, benché laddove non sia disponibile pane di produzione ebraica, o se esso è di qualità inferiore, si può acquistare pane di produzione commerciale (non fatto intenzionalmente per un consumatore specifico), ma tenendo conto di quanto segue: esso in genere contiene grassi o emulsionanti di origine animale o non identificata. Vi è anche la possibilità che emulsioni o gelatine vengano spalmati sulla crosta o che le teglie vengano oliate con grassi non kosher, i quali per legge non comportano l’obbligo di essere riportati e dichiarati sulla lista degli ingredienti.
    Il pane è inoltre esposto al rischio che venga cotto negli stessi forni di pane o dolci non kosher, il che lo renderebbe automaticamente non kosher.
    Di fatto, alcun pane non controllato può essere considerato kosher.
    Biscotti
    Sono in genere prodotti con margarina non kosher. Anche quelli fatti con il burro (vedi) possono non essere kosher poiché, come detto sopra, le teglie possono essere ingrassate con ingredienti vietati, senza che ciò debba essere segnalato al cliente. Ciò vale anche per le torte. Riguardo ai forni ,è valido lo stesso principio del pane.
    Margarina
    La margarina contiene grassi ed emulsionanti che possono essere di origine animale. Anche i produttori di margarine dette vegetali non sono in grado di garantire che l’origine dei loro emulsionanti sia tale. Di conseguenza, si può impiegare solo la margarina controllata da un rabbino. Nelle margarine in commercio si addizionano spesso aromi a base di latte o derivati.
    Sostituti del Latte e Sbianca-Caffè
    Se non controllati da un rabbino, sono vietati poiché contengono caseinati.
    La Shekhità - Macellazione
    La carne e il pollame kosher deve essere preparata in base al metodo della shekhità, ossia un taglio rapido alla gola dell’animale con un coltello affilatissimo privo di qualsiasi imperfezione sulla lama. Si tratta di un metodo indolore, nel rispetto della sofferenza dell’animale.
    Dopo la shekhità, l’animale deve essere sottoposto ad un accurato controllo, detto bedikà, per verificare che non abbia difetti che lo renderebbero non kosher in base alla legge ebraica. I polmoni di bovini e ovini e gli intestini del pollame vengono sempre controllati.
    È qui che entra in gioco l’espressione glatt kosher. Nel caso del bestiame, se il polmone è privo di fori o mucose cicatrici, viene definito “glatt”, liscio. Se invece ve ne sono, l’animale può comunque essere kosher anche se non glatt, purché quando vengono rimosse, tali mucose cicatrici non lascino buchi nei polmoni.
    La Melikhà - Salatura
    Per essere finalmente portata in tavola, la carne deve essere privata dei resti di sangue, la cui consumazione è strettamente vietata dalla Torà. Essa deve perciò essere messa a bagno per un’ora e poi sotto sale grosso e risciacquata tre volte prima di essere cucinata. Oggi, la maggior parte della carne viene kasherizzata dal macellaio, risparmiando la fatica al consumatore.
    Il fegato è un caso particolare: essendo imbevuto di sangue, non può essere kasherizzato con il normale processo illustrato sopra, ma deve essere preparato “alla griglia”, ossia a diretto contatto con una fiamma.
    Il Nikùr - Purificazione
    Prima di raggiungere gli scaffali della macelleria, la carne deve essere sottoposta ad alcuni procedimenti, detti nikùr, che comportano la rimozione di alcune vene e di grassi vietati. Poiché il nikùr dei quarti posteriori dell’animale è notevolmente complesso, nella maggior parte delle comunità della Diaspora non viene effettuato del tutto in queste parti della bestia, che vengono vendute al mercato non ebraico. I quarti posteriori contengono tra l’altro il nervo sciatico, che non può essere mangiato dagli ebrei poiché fu dove Giacobbe rimase ferito nel suo scontro con l’angelo (Genesi XXXII, 33).
    Uova
    A causa dei divieti sul sangue, si devono controllare anche le uova aperte prima di essere cucinate, per eliminare quelle che contengono macchie di sangue. (N.B. Non ogni piccola macchia di colore rende vietato l’uovo). Non è però necessario controllare le uova prima di prepararle sode. Le uova bianche hanno in genere meno macchie di quelle marroni, forse per motivi biologici, è quindi più difficile trovare qualche macchia di sangue rosso vivo o simile nelle uova bianche.
    La kasherizzazione
    Cibo kosher prodotto con utensili precedentemente impiegati per la cottura di cibo non kosher, diventa a sua volta non kosher.Il procedimento che rende utensili, pentolame, piatti, forni, piani di cottura e lavabi kosher viene comunemente chiamato “kasherizzazione”. Essa deve essere effettuata sotto la scrupolosa osservazione di un rabbino esperto, poiché la sua esecuzione varia in base al genere di oggetto o utensile.