sabato 31 gennaio 2009

Racconti quotidiani, di Andrea Camilleri.



Tanti piccoli frammenti di ricordi, di sensazioni, di riflessioni di Camilleri.

In tutto sono ventuno racconti che parlano un po' di tutto, perfino di cronaca attuale.
Se "abbozzo" che quello che arriva al lettore non è nient'altro che uno spaccato del mondo dell'autore, non penso di sbagliare tanto.
C'è molta partecipazione nei racconti, molte speranze e molta ironia Camilleriana...

A me ,tutto sommato, è piaciuto ed è scivolato via, come è normale che fosse, tra una risata ed una riflessione.
Molto belle le parole spese per la città di Roma...


Racconti quotidiani, editore Mondadori, prezzo 9,00 euro.

Marco.

venerdì 30 gennaio 2009

Cucina musulmana, prima parte.




Dopo la trattazione della cucina ebraica, possiamo passare a quella musulmana, indicandone le varie regole che la caratterizzano.
Anche in questo caso faremo un doppio appuntamento, per evitare di fare un singolo post eccessivamente lungo.
Nell'Islam, come descriverò più dettagliatamente in seguito, gli alimenti si suddividono in:


  • halâl: (permessi, leciti);

  • harâm: (proibiti, illeciti);

  • mushbûb: (dubbi, sospetti; il loro consumo è quindi affidato alla coscienza del musulmano);

  • makrûh: (abominevoli).

Nel Corano, si legge (Vª5):


Oggi è reso lecito a voi il buon cibo [âlTayyibât, letteralmente: i
gradevoli,le cose sane]; gli alimenti di quelli che hanno ricevuto le [sacre]
Scritture sono leciti per voi, e i vostri alimenti sono leciti per loro.
E del pari le donne oneste fra le musulmane e quelle oneste fra quelli cui sono
state date le Sacre Scritture prima di voi; purché diate loro la loro dote,
vivendo con rispetto, non commettendo fornicazione e non prendendo amanti.
Chi rinnegherà il buon comportamento, vanificherà il suo operato e nella
vita futura sarà fra i perdenti.

In linea di massima quindi sono permessi ai Musulmani i cibi sani; e sono specificatamente proibiti il maiale e gli alcoolici.


Alimentazione degli Arabi prima dell'Îslâm.
Animali da allevamento, prevalentemente il montone, anche il grasso del cammello e della coda di montone; ma l'uso abituale di carne era comunque raro.
Principale alimento base era il latte, di cammella, di capra, di pecora, e da questi il burro e i formaggi.
Nel Sud della penisola arabaprimeggiavano i datteri, in grandi varietà; nel Nord, pane (di orzo e di frumento), zuppe, legumi, e poca selvaggina di ogni tipo. Soprattutto i popoli agricoltori avevano zuppe e piatti di carne molto grassi. Molto apprezzato anche per le sue qualità altamente salutari il miele, che verrà poi lodato anche nel Corano.
Vino soprattutto di palma, ma anche di uva, e a volte importato. Il quadro religioso preislamico era molto vario, quindi anche per ciò che riguardava gli alimenti sussistevano molte varietà di regole.
Le più note eran quelle delle comunità ebraiche, una cui eco si sente nel Corano là dove rende lecito a tutti i Musulmani ogni tipo di pesce.

Regole alimentari del primo Îslâm.
Il mondo islamico inglobò paesi conquistatori e paesi conquistati, ciascuno con una sua tradizione alimentare.
Tuttavia già dal terzo secolo dell'Égira gli interscambi e l'unità del dogma creano una vasta area relativamente omogenea in cui emergono soprattutto gli usi di tre cucine tipiche: la romana, la bizantina, la turca.
Anche grazie all'organizzazione e all'estensione dei commerci, si diffondono i prodotti base; ne sono esempi maggiori il riso e lo zucchero di canna, venuti dall'Asia centrale.
Il riso, dall'India giunge sino in Spagna. Ma anche altri prodotti ignoti all'impero romano giungono ora anche all'Europa cristiana. Lo zucchero, dall'India, soppianta l'utilizzo romano del miele, ma vi si affianca anche il giulebbe di uva, di carruba, e di altri frutti dolci.
Di grande commercio universale è il grano.
Particolarmente apprezzate le spezie, importate dalla Cina e dall'India, già note in periodo preislamico e anzi veicolate nel Bacino mediterraneo dalla Grande carovaniera dell'incenso, essendo essenziali per la conservazione degli alimenti e per problemi di disinfezione intestinale.
In definitiva i principali apporti islamici all'Occidente furono: il riso, gli spinaci, i limoni, le arance, le pesche, i carciofi, le albicocche, lo zucchero, il caffè.
Con i prodotti furono veicolati anche gli insegnamenti per coltivarli ed elaborarli.
I paesi islamici importavano a loro volta derrate alimentari anche da paesi non musulmani: dalla Russia e dai paesi slavi pesce secco, miele e nocciole; dalla Toscana olio d'oliva; dalla Francia e dalla Sicilia formaggi particolari.


Conservazione.

I precedenti metodi romani e bizantini erano ben conosciuti nel mondo islamico. Cibi seccati con vari metodi (anche carni e pesci) erano presenti dovunque, così come i cibi affumicati e salati. Meloni della Transoxiana erano portati a Baghdad in ceste con ghiaccio, chiuse in casse di piombo.
Erano comuni i cibi conservati sott'olio, nell'aceto, nel miele, chiusi in boccali sigillati, anche posti sottoterra. Gli aromi venivano soprattutto dall'India. Ma va considerato che la farmacopea musulmana - in quei tempi all'avanguardia in tutto il mondo antico - aveva già fatto conoscere la conservazione mediante antisettici.
In generale i venditori di cibi conservati costituivano vere e proprie corporazioni per le "conserve alimentari". Avevano una considerevole rete commerciale, e importavano perfino dall'Italia salsicce (non di maiale) conservate con metodi romani, che venivano principalmente dalla Lucania, come dimostra il loro nome arabo laqâniq o naqâniq.

Preparazione.
La giurisprudenza malikita e la giurisprudenza abadita prescrivono che la moglie non può essere obbligata a macinare; dilatando questo assunto si andò ben presto stabilendo nel mondo islamico l'uso di far preparare una parte dei cibi da negozianti specializzati.
Invalse in seguito l'uso, ad esempio, che le paste venissero portate a cuocere dal fornaio, e alla fine furono molti i piatti venduti già pronti. I viaggiatori europei che visitarono il Cairo nel Medioevo parlavano di circa 12.000 rosticcerie.
La preparazione dell'olio era assicurata da vere e proprie industrie.
Per i cristiani e gli ebrei e per qualche musulmano che non seguiva il divieto coranico era comunque presente l'industria del vino, con variazioni da paese a paese. Ve ne erano importanti centri in Siria, ma non in Egitto; in tutto l'impero Ottomano, ma non in Istànbul. Industria di considerevole portata fu quella dello zucchero di canna, apprezzato in tutto il mondo.
Nell'antico Cairo producevano zucchero 58 stabilimenti, e sotto i Mamelucchi ciò divenne un monopolio di stato. Molto apprezzate furono anche le industrie delle marmellate, dei dolci, della bottarga.

Stefano.

giovedì 29 gennaio 2009

Olio 2009: situazione in chiaroscuro


Tratto da Enotime:
Secondo la previsione dell'Ismea, in collaborazione con Aipo, Cno, Unapol, Unaprol, Unasco, quest’anno la produzione oleicola crescerà circa del 10%, con una stima quantitativa per la campagna 2008/09 attorno ai 6,3 milioni di quintali contro i 5,7 milioni indicati dall'Istat per la scorsa annata.L'aumento seppure diffuso su tutto il territorio nazionale, risulta particolarmente evidente nelle regioni centrali che l'anno scorso avevano invece subito le maggiori perdite a causa del clima sfavorevole.Nel dettaglio è prevista una produzione di poco superiore a quella dell'anno scorso in Puglia, Sicilia e Sardegna, dove gli aumenti non andrebbero oltre il +5%. In Calabria l'incremento sarà invece compreso tra il 10% e il 15%, analogamente a quanto avverrà in Campania, a fianco ad aumenti ancora maggiori attesi in Molise (+20-25%) e più modesti (+ 5/10%) in Basilicata.Al centro Italia il miglior risultato va alla Toscana, in crescita del 35% rispetto all'anno scorso, con incrementi, comunque, altrettanto rilevanti in Umbria (+30%) e dal 30% al 35% nel Lazio e in Abruzzo (+25/30% nella Marche).Bene al Nord la Liguria, dove la produzione è prevista addirittura in aumento del 60/65% rispetto alla scorsa campagna, con prospettive di crescita anche nel Veneto attorno al 30%.Ma nonostante gli aumenti della produzione il settore oleicolo è in ginocchio, specialmente in Puglia, la regione di maggior produzione, dove in molte aziende si produce in perdita per via dei prezzi di vendita troppo bassi dovuti alla concorrenxa sleale da parte di molti oli di provenienza extraeuropea che stanno giungendo in Italia a prezzi stracciati.
Produrre olio d’oliva, con prezzi sempre più bassi (meno 30%) e costi produttivi e oneri sociali a livelli vertiginosi (con aumenti di oltre il 50%), non è più redditizio.
Oggi - secondo la Cia - Confederazione Italiana Agricoltori - in Italia su 9 bottiglie che dichiarano di contenere olio extravergine solo 7 lo contengono veramente e 2 non dicono la verità, cioé non contengono extra vergine.
Delle 7 bottiglie, poi, 4 soltanto sono di olio extravergine italiano e 3 di olio extravergine estero.
Naturalmente il tutto viene venduto per italiano.

Melmo Staff.

mercoledì 28 gennaio 2009

Chardonnay Cuvèe Bois della cantina Les Cretes.

Piccola nota introduttiva.
Questo vino ci è stato regalato, da Federico, un collega, ma prima di collega un amico di Simona, per il primo compleanno di Sofia.
Federico dietro l'aria rassicurante dell'ingegnere buono e del papà modello, nasconde una grande passione per il vino e per altri prodotti ad alta gradazione alcolica.
Quando capitava d'uscire, un po'di tempo fa( ora con le piccole pesti in casa è molto più' difficile) riuscivamo sempre a trovare il modo di fare due chiacchiere su qualche Barolo bevuto o su qualche vino sconosciuto alla platea di esperti, ma che ci aveva colpito o ci aveva fatto emozionare.
Per questo e molto altro vi dico, che di Federico, enologicamente parlando, ci si può' fidare e non vedo l'ora che le bimbe siano un po' più' "indipendenti" e ci si possa perdere dentro qualche "bettolaccia", tra odori acri e tovaglie a quadri come abbiamo fatto qualche tempo fa...


Ma torniamo in topic.
Chi mi ha seguito in questo anno e mezzo sa che rapporto ho con il vino bianco.
Per chi non lo sapesse, lo ripeto: sono molto esigente.
Nasco "bianchista" e riesco ad essere molto più' "cazzone e criticone" sui bianchi.
Questo vino è uno chardonnay 100% di 13 gradi e mezzo.
Non ho bevuti molti bianchi valdostani, ma il color oro con sfumature molto lucenti mi hanno fatto pensare a regioni decisamente più' meridionali.
Al naso è uno spettacolo: fiori dolci e frutta esotica.
A bicchiere in movimento mi sembra di scorgere un'ottima vaniglia e poi miele e burro.
Ma è in bocca che sorprende e che ti fa capire che ci si trova di fronte ad un grande vino.
Perfetto, elegante, equilibrato si lascia bere benissimo e invoglia senza stancare.
La struttura è ottima e bilanciata con la sapidità al punto giusto.
Finale lungo, ma non troppo, comunque piacevolissimo.
Insomma una delizia per palati fini ed esigenti.

Essendo un regalo non so dirvi quanto può' costare e vista la mia scarsa preparazione sulla regione tetto d'Europa non so neanche se si possa considerare una produzione di nicchia.
Quello che so è che mi son trovato di fronte ad una buonissima bottiglia che mi ha veramente sorpreso.
Rinnovo i ringraziamenti a Federico nella speranza di bere un buon vino al più' presto seduti sullo stesso tavolo...


Marco.

martedì 27 gennaio 2009

Cucina Indiana



La cucina indiana estremamente variegata, e risente delle prescrizioni religiose (su tutte musulmane e induiste), delle divisioni culturali immancabili in un territorio così vasto e così densamente popolato, delle tradizioni culinarie e delle localizzazioni geografiche, tale per cui in alcuni posti dell'entroterra non si usa il pesce come invece si fa sulla costa. In sostanza si può dire che non esiste una cucina indiana propriamente detta, o meglio non esistono piatti nazionali, ma tante cucine diverse tra loro e a volte diverse anche dalla tradizione in virtù della commistione delle stesse cucine e di qualche occidentalizzazione dovuta all'afflusso turistico.




Molto note sono le preparazioni tandoori (carni o pesce cotti in uno speciale forno di terracotta, di forma cubica all'esterno e concava all'interno, alimentato a carbonella, che consente una cottura rapida ad altissima temperatura con totale esclusione dei grassi e che rende croccante l'esterno e lascia morbido l'interno) e per il curry.
Il curry, che in Occidente è identificato con un'unica polvere gialla profumata e piccante, è in realtà non solo un intero gruppo di spezie il cui aroma varia a seconda dei componenti e, ovviamente, del piatto a cui è destinato, ma un modo tipico e caratteristico di preparare i piatti.


Fermi restando i principi seguiti dalle cucine di derivazione musulmana, di cui si parla a parte nel blog, la cucina indiana di filone induista si basa sui principi dietetici scritti nei testi sacri dell'Ayurveda, che regolando in particolare il dosaggio e i miscugli delle spezie affermando che un'alimentazione fortemente speziata è una garanzia di buona salute. L’Ayurveda include una teoria della nutrizione basata sui sei sapori fondamentali e calibrata su diversi temperamenti individuali.

I sei sapori contemplati sono dolce, agrodolce, salato, amaro, piccante e astringente; i tre tipi di costituzione (dosha) sono “Vata”, “Pitta” e “Kapha” (o una combinazione tra loro), generati dagli elementi naturali terra, acqua, fuoco, aria ed etere. Ogni indiano, definisce la sua alimentazione in funzione del suo tipo di costituzione: a seconda del tipo di dosha dominante vengono suggeriti cibi e spezie capaci di donare equilibrio.

La tradizione indiana divide i cibi in tre gruppi:
  • cereali integrali, riso, noci, germogli, frutta, verdura fresca e miele, che danno slancio alle capacità migliori e alle facoltà più elevate, non appesantiscono il corpo e lo tengono in forma;

  • cereali, formaggi freschi, latticini, legumi, dolci, cioccolato e zuccheri che arricchiscono di energie, aumentano le forze, la passione, e rendono dinamici;

  • carne, pesce, uova, alcol, funghi, cipolle e aglio che invece appesantiscono, offuscano la chiarezza mentale e rendono meno sensibili.



  • Per semplicità, ma con le ovvie approssimazioni del caso, la cucina indiana viene codificata nei testi suddividendo i piatti in base a due categorie: cucina indiana del nord e del sud.

    La cucina indiana del nord è caratterizzata dal ghee, il burro chiarificato nel quale si soffriggono le spezie, che fa da base per ogni prepazione; molti tipi di pane, carni grigliate, poche salse e una preferenza per lo yogurt. I piatti tipici di questa regione sono i pulao persiani, miscugli di riso e carne con zafferano; i biryani, piatti unici a base di riso, carne o pesce, e verdure; gli spiedini. Nello stato del Punjab, dove è situata la capitale, Delhi, nacque il famoso tandoori. Il Kashmir è il maggior produttore di peperoncino del paese, e la capitale dell'agnello.

    La cucina indiana del del sud è profondamente vegetariana, a base di legumi e cereali, soprattutto lenticchie e riso, non si cuoce con il burro ma con l'olio vegetale. La costa è ricca di alberi da frutto: anacardi, banani, limoni, piante di guaiava, alberi del pane, manghi, papaia, tamarindi, tè e caffè. In tutta la costa tropicale, a partire da Goa, si cucinano pesci, crostacei e molluschi, molto speziati. Famosi i piatti a base di tamarindo dello stato del Tamil Nadu, nella parte orientale, e quelli a base di cardamomo delo stato del Kerala, a Ovest dell'estremità meridionale, dove si possono assaggiare gli idlis, dolcetti di riso fermentato.


    La cucina indiana più ricercata è quella dello stato del Maharashtra, la cui capitale è Bombay.
    Qui i piatti sono preparati con un numero molto grande di ingredienti, vengono preparate e utilizzate le chutney, composte di frutta speziate, gli achar (o pickles, sottaceti piccanti). La cucina è tendenzialmente dolce e (relativamente) poco speziata.
    Interessanti anche le tradizioni culturali legate al cibo. Gli indiani mangiano tutto o quasi con le mani: quelli del nord si servono delle punte delle dita, quelli del sud prendono gli alimenti a piene mani. L'eleganza esige di prendere il cibo lentamente con le prime tre dita della mano destra, senza sporcarle oltre la prima falange. Il pane è l'unico utensile utilizzato.


    Tutte le pietanze sono servite conteporaneamente: è il thali, grande piatto rotondo individuale, in cui sono presentate tutte le vivande. Nel nord questo grande piatto è di metallo, nel Sud e nelle case contadine ci si accontenta di una foglia di banano. Le pietanze liquide sono disposte in ciotoline, i katori, di terracotta, e disposte sul thali.

    Stefano.

    lunedì 26 gennaio 2009

    Verticale di Faro Palari.




    Una splendida emozione. Questo il giudizio che do del Faro Palari, prodotto dell'azienda di Salvatore Geraci, siciliano di messina.
    Uno che bazzica nel vino da tanto, e che su insistenze di Veronelli (mitico Gino) si è messo a fare vino per salavare una doc, quella appunto del Faro. E meno male che l'ha fatto, visti gli splendidi risultati ottenuti (non solo per me a quanto pare ma per tutti gli astanti e in generale per il pubblico enologico).

    La degustazione si è svolta presso l'enoteca Di Biagio, che colgo l'occasione per segnalare (anzi per lodare) viste le tante interessanti iniziative che fa.

    Il Faro nasce da uve autoctone della zona quali nerello, cappuccio, nocera , acitana, tignolino, galatena, calabrese e non so quante altre. L'unica che conoscevo già era il nerello, utilizzato anche da Cottanera. Le uve dopo la fermentazione fanno grossomodo un anno e 1/2 di botte e altri due di affinamento in bottiglia.

    Il vino in se, poi vediamo i singoli anni, non ha praticamente nulla a che fare con l'enologia siciliana a cui siamo abituati (a parte qualche eccezione). E' estremamente complesso e sopratutto incredibilmente elegante.
    L'ingresso in bocca è sussurrante e viene fuori poco alla volta, insistentemente, senza lasciarti per un bel po'.
    Al naso e nella stessa bocca ha più note piemontesi che sicule, e già questo è tutto dire.

    Noi abbiamo degustato anzitutto il celebratissimo 2005 poi il 2002 e il 2000.

    Il 2005 mi è piaciuto (più al secondo assaggio che al primo), perchè un po' troppo scorbutico all'inizio. Aveva bisogno di aria, evidentemente. Colore rosso rubino, con qualche riflesso granato. In bocca spezie, frutta rossa matura (molto matura) e un po' di balsamico.
    Le note grossomodo si ripetevano anche per gli altri due anni, con la differenza che il colore diventava via via più granato (2002 e 2000 molto simili), il balsamico si affielvoliva, così come la pungenza dei tannini.
    Il 2000 e il 2002 le ho trovate straordinarie veramente. Il 2005 per i miei gusti ha bisogno di "spuntarsi", ma si sente che è un gran bel prodotto.

    I costi girano intorno ai 30-40 neuri.

    Lodevole.

    Stefano.

    PS per Emanuela: il 2005 aveva anche il mallo di noce (mi hanno detto), ma io non lo so riconoscere! :)

    sabato 24 gennaio 2009