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venerdì 3 aprile 2009

The Dark Knight, parte quarta.

“Benvenuti in un mondo senza regole!”


L’esperienza produttiva di “Batman Begins” aveva dato ottimi feedback economici WB e cosa ancora più importante, aveva riportato gli sconsolati fan dell’uomo pipistrello in sala, e adesso ne volevano ancora!

Il finale della pellicola di Nolan comunicava due messaggi fondamentali, il primo, tra le righe, faceva capire l’intenzione di ricostruire il mito dalle sue fondamenta (non a caso la famosa villa del protagonista Bruce Wayne/Batman viene rasa al suolo), il secondo, totale omaggio alla graphic novel “year one”, è comunicato nella battuta conclusiva del commissario Gordon, il quale preannuncia la minaccia di un nuovo villain, il famigerato Joker.


Per circa due anni, grazie a questa voluta citazione, tutti i geeks e nerds del mondo cominciarono a speculare su come sarebbe stato ritratto il cattivo più noto di tutti, secondo per fama, solo a Darth Vader di guerre stellari.
Così la trovata geniale della produzione, fu quella di sfruttare questo fenomeno a vantaggio del lancio commerciale del film, quando ancora questi non era neppure in fase di pre-produzione.
Venne perciò architettata una colossale campagna di viral marketing tale da coinvolgere gli appassionati di tutto il mondo in una caccia al tesoro globale, alla ricerca di indizi per scoprire chi fosse il Joker e quali fossero i suoi piani malefici. Assolutamente geniale!

Su diversi siti, aperti su domini ideati ad-hoc, vennero lasciati indizi in forma di foto, testi, falsi comunicati ansa in un crescendo che avrebbe portato di mese in mese a svelare dettagli sulla trama della pellicola in produzione, dei suoi protagonisti e alla fine lo stesso Joker.

Obiettivo di questa campagna, oltre al mero interesse commerciale era quello di costruire un background per gli eventi che sarebbero stati trattati durante il film e di collocare “The Dark Knight” (questo il titolo scelto per il secondo capitolo del rilancio dell’uomo pipistrello, diretto omaggio all’opera di Frank Miller) all’interno di un contesto attuale e più che mai vicino alla vita di tutti i giorni (estremo è l’esempio dei notiziari periodici, sul sito di Gotham news, che aggiornava real time l’evolversi degli eventi in città, quali avvistamenti di batman, le elezioni amministrative e del nuovo procuratore o trasmissioni à-la david lettermam con ospiti/attori in studio)

Da questa campagna emerse così la figura dell’antagonista, Il Joker, un personaggio che si inseriva nelle pagine internet del virale, senza mai mostrarsi, deviandone i contenuti o utilizzandole per “linkare” documenti con minacce destabilizzanti per l’ordine pubblico o per fare contro informazione a favore del suo criptico messaggio “why so serious?”

Da queste premesse, si poteva comprendere come il progetto per questo nuovo episodio cinematografico del Barman sarebbe stato focalizzato sulla figura del clown sfigurato, folle e imprevedibile, noto come Joker.
E quando fu reso noto che, per il ruolo venne scelto Heath Ledger, la già eccitata curiosità dei fan salì alle stelle, essendo sia il giovane attore molto più simile, per fisicità al personaggio dei comics, che non alla sua impersonificazione precedente, Jack Nickolson (che a quanto pare rimase molto seccato dal non essere stato contattato).
L’ultimo tassello per la definizione di un così importante character venne infine da Nolan, il quale con la sua guida artistica orientata al realismo impose di rimuovere quanto di improbabile fosse presente nel personaggio, come la pelle bianca, i capelli verdi e il ghigno fisso. Al loro posto, senza snaturare ciò che per canone era stato definito, furono introdotti del semplice trucco facciale e una cicatrice “da orecchio a orecchio”. Quest’ultima scelta probabilmente ideata come drammatico espediente per giustificare il noto perenne sorriso del Joker.

Nulla però della trama ufficiale del film fu svelato durante i mesi di attività della campagna di viral marketing, se non appunto tutta una serie di preamboli, necessari a creare il contesto introduttivo alla storia, il cui tema principale era quello del ruolo delle persone nella società, e delle scelte da affrontare per trovare le loro identità e quali azioni si devono compiere per rimanervi coerenti.

Se nel capitolo precedente lo sforzo creativo di Chris Nolan era stato quello di costruire le nuove fondamenta per le tematiche del crociato incappucciato, in questa nuova avventura le regole sono sovvertite a favore di un racconto che attinge agli elementi principali delle pagine del fumetto (uno fra tutti The long Halloween) e li ricombina in una nuova forma, all’interno di un soggetto quasi del tutto inedito ed originale.

Il palcoscenico si popola di personaggi netti, come il commissario Gordon, la cui missione di vita, come poliziotto e uomo di legge, lo porta ad affrontare scelte coraggiose e grandi sacrifici o personaggi trasversali come i corrotti o i mafiosi, la cui linea di comportamento varia a seconda delle opportunità.
Ma la trama si evolve soprattutto intorno ai personaggi più complessi, personaggi che escono dalla superficilità tipica della narrazione super-eroistica mettendo in scena caratterizzazioni degne di un dramma shakespeariano.

Il film ci presenta così il dualismo classico e conclamato del protagonista uomo d’affari/giustiziere Bruce Wayne/Batman, il quale diversamente da precedenti soggetti, oltre a dover convivere con una ambiguità doverosa, nata per preservare la sua vera identità, si trova a risolvere la più ardua questione del limite entro il quale le sue azioni come vendicatore dovrebbero spingersi e a quale dominio del bene e del male queste scelte dovrebbero appartenere. L’apice di questa riflessione è forse quella di oltrepassare il limite della propria percezione delle cose, comunque nascosta da una maschera, e lasciare invece che sia la maschera, a definire i propri vincoli divenendo così “altro da sé” in tutto e per tutto, come condotta, come morale, come etica.

Il secondo personaggio, introdotto senza troppi segreti, già nei mesi precedenti al rilascio del film, nella stessa campagna di marketing virale, è il procuratore distrettuale di Gotham City, tristemente noto ai cultori del fumetto come un altro villain d’eccezione, conosciuto come “DueFacce”.
Questa figura, già presentata nell’indegno “Barman Forever”, e allora interpretata da un Tommy Lee Jones assai sopra le righe, rappresenta il dualismo estremo, l’apice della crisi d’identità, la deriva schizofrenica di una mente sofferente.

Ed è grazie alla caratterizzazione di Aaron Heckart, che “The Dark Knight” acquista ulteriore merito nell’affrontare la caduta nella follia omicida dell’integerrimo procuratore Harvey Dent. Se da un lato Bruce Wayne riesce a vincere il proprio trauma personale convogliando il dolore e la sofferenza, della perdita dei genitori, in Batman, dall’altro Harvey Dent subisce drammaticamente la sconfitta morale della lotta al crimine da parte del Joker e la perdita della donna amata, rimanendo per altro orrendamente sfigurato
Ed è così che l’elaborazione psicologica, trova rimedio alla tragicità degli eventi nella follia, nella separazione del giudizio in due entità distinte, un buona e l’altra malvagia, il cui predominio l’una sull’altra è dettato solo dal caso, dal fato probabilistico determinato dall’esito del lancio di una moneta.

Ed è all’opposto dell’ordine duale, del bianco e nero, del vero e falso che prende posto il personaggio che da vero corpo all’intera struttura del film.
Il climax narrativo si completa, viste le due personalità antagoniste di Barman e Duefacce, dibattere all’interno di personalità reciprocamente doppie, con la presenza dell’agente del Chaos, come si definisce nella stessa pellicola il Joker.

Il Joker di Nolan, appartiene solo in parte all’universo narrativo dei fumetti, non ricalca il canone consolidato e digerito dagli appassionati, è invece un personaggio che attraversa la storia principale, giocata dalle contrapposte figure di Wayne/Batman e Dent/DueFacce. Il suo scopo narrativo è dare corpo all’indeterminazione, a tutto ciò che è privo di controllo, quindi una forza della natura distruttiva slegata da una missione criminosa o da un qualche obiettivo personale.


Se lo scopo del “cavaliere oscuro” è quello di costruire un ordine civile e salvaguardare la sicurezza della società tramite una crociata contro la criminalità, quello del Joker è per converso dimostrare che ogni individuo è un potenziale “border line”, una mina vagante che con le giuste sollecitazioni può essere condotto a scelte brutali e violenti, in grado di generare drammatiche conseguenze. In modo più semplice il teorema del Joker parte dall’ipotesi che tutte le persone possono precipitare nella follia omicida, con la giusta spinta.

Stupisce infine Chris Nolan, alla fine della pellicola, nel modo in cui raccoglie tutti i tasselli, tutte le varie caratterizzazioni e complesse psicologie per completare la sua opera. La scelta narrativa conclusiva è insolita per il prodotto commerciale cinematografico, ma è molto frequente nelle pagine scritte delle graphic novel più mature ispirate all’uomo pipistrello, ed è quella di sacrificare la purezza dell’eroe, il suo modus operandi etico seppur brutale, e di renderlo l’outsider, un guardiano severo in grado di superare la morale della società e le sue regole pur di far emergere un’ideale più alto.

Chirs Nolan ci presenta quindi un’opera matura e consapevole, ma ancora di più racconta una storia che relegata al mero mondo dei “supereroi in calzamaglia, piuttosto un thriller adrenalinico, che strizza l’occhio ai classici gangster movie di DePalma o Scorsese, utilizzando una tecnica iper-realistica al pari di Michael Mann ( Heat, Miami Vice, Collateral…).

Questa lunga parentesi sul cinema “dei fumetti”, nata allo scopo di presentare l’ultimo nato di questa genealogia, ci ha fatto ripercorrere la storia e l’evoluzione dei progetti legati a questo genere narrativo e ci ha permesso di approfondire questioni legate alle dinamiche produttive e commerciali che per quasi mezzo secolo (!) hanno più volte fatto cambiare il risultato della messa in scena delgi “eroi in calzamaglia”.

Batman, più di ogni altro è stato un soggetto abusato e si è trasformato con gli anni secondo i costumi e i gusti della società consumistica, che lo ha visto nascere come cupo super eroe senza macchia, evolversi poi in macchietta comica e paradossale, e ritrovarsi infine come oscuro vigilante della notte.

Quest’ultimo capitolo cinematografico che lo ha visto protagonista, e che è stato in grado di riportarlo alla ribalta della stampa (e non solo per i tragici eventi legati alla scomparsa dell’attore Heath Ledger) ha segnato una nuova linea di demarcazione del genere.
Chirs Nolan, come per Donner con il SUO Superman, dimostra che per rispettare i personaggi della pagine a fumetti, non è necessario essere didascalici o eccessivamente fedeli al materiale originale, ma è sufficiente abbracciare l’unico elemento che caratterizza un buon film da uno che non lo è: la storia.

The Dark Knight, non è un film “di Batman” in senso stretto, è soprattutto una storia di criminalità e tensione, di sentimenti, di frustrazioni e di riscatto.
Potrebbe essere stata raccontata altri protagonisti, e non avrebbe perso nulla del suo spessore e solidità.



Questo ci dimostra forse che il cinema ispirato al mondo dei fumetti nel nuovo millennio, può essere ancora vincente e di soddisfazione per il pubblico (ormai un’audience eterogenea e disincantata) se solo continuerà ad avere il coraggio di raccontare storie che spezzino i vincoli della bidimensionalità della carta stampata, portando i vari Barman, Superman, Spiderman e compagnia, a confrontarsi con la durezza del mondo di oggi e a partecipare ad un conflitto tra “bene e male” meno naif, ma più confuso tra foschi toni di grigio.

Forse dopo tante parole scritte, la prossima volta che vedrete un buffo personaggio con indosso una tuta in gomma, o che salta da un palazzo all’altro saprete quali elementi guardare, per meglio dare il vostro giudizio.

E adesso, come direbbe Ratman…”Fletto i muscoli, e sono nel vuoto!”

venerdì 27 marzo 2009

The Dark Knight - Parte 3



“Ciò che non ci uccide, ci rende…più strani!


Dopo il grande successo di Superman, Richard Donner e la moglie Laura, insieme alla Marvel, rappresentata dal coraggioso produttore Avi Arad, responsabile del successo dell’allora recente Blade, rilasciarono nell’estate del 2000 il film sul famoso gruppo di super eroi mutanti del mondo, noti come X-Men.

E’ fu un successo.

La ricetta era sempre la stessa tuttavia oltra al rispetto del materiale originale, la vera novità fu il 2taglio” che venne dato alla pellicola.
Il giovane ma talentuoso regista Bryan Singer, acclamato dalla critica e dal pubblico per “i soliti sospetti”, riuscì a riproporre tutte le tematiche e le icone classiche del fumetto all’interno del mondo attuale, e non il contrario.
Questa trasposizione, risolse molte delle perplessità che in passato erano state generate dall’inserimento di supereroi in questioni della vita reale, inolre, trattare il personaggio dei comics come materiale di attualità lo rese appetibile a considerazioni di costume, moda e quant’altro, reindirizzando in questo modo anche l’attenzione dei media.

Alla nuova ricetta del 2000, i progetti cinematografici legati ai supereori riproposero poi la consolidata strategia di mescolare attori noti e riconoscibili a promettenti stelle nascenti, che sarebbero potute implodere nel film o affermarsi e continaure a splendere in modo indipendente (questo fu il proprio caso di Hugh Jackman, il quale preceduto dalla fama del persnaggio che interpretava, wolverine, ne rivette tutti i benefici e affezioni del pubblico.

I personaggi dei comics non erano i soli portagonisti della pellicola, ma le loro trame e sottotrame diventarono un altro personaggio a cui dare spessore e da collocare nel mondo “vero”.

Gli eroi non ci difendono dai comunisti o dagli imprenditori folli, gli eroi portano con loro le storie che li hanno accompagnati nelle pagine dei fumetti, e il mondo si trasforma oggi per rappresentare il dibattito globale sulla identificaizone dei mutanti, o domani per la minaccia astrale di Galactus (I Fantastici 4 e Silver Surfer).

La domanda che si pongono gli scenggiatori non è più cosa farebbe Superman oggi, ma, con quello che conoscenze di oggi, come sarebbe Superman? Come si potrebbero tradurre le sue avventure in termini di realisimo, senza variarne gli elementi che le contraddistinguono?

Il pubblico scoprì cos’ì nuovamente i super eroi, interpretati nel rispetto di specifici canoni di realismo e dove possibile di “verosimiglianza”.
Gli eroi dei fumetti assumo una dimensione terrena nel nuovo millennio, sofforno , si feriscono, non hanno costumi sgargianati ma ritorvati della tecnica e gli stessi super poteri che li rendono unici, trovano speigazioni quasi plausibili

Se gli anni 80 e 90 hanno visto in più riprese l’ascesa e la caduta della Warner Bros, ed i suoi premiati franchise Superman e Batman, gli anni 2000 sono stato scenario indiscusso della Marvel, la quale, grazie ad un bilanciato utilizzo delle tecnoligie digitali ha prima recuperato e poi conquistato il mercato cinematografico con il ricco carnet dei suoi personaggi.

E la sfida ha visto emergere oltre agli X-Men, gli intramontabili Fantastici 4, Spiderman, Hulk e IronMan, nonché personaggi minori, ma sempre rilevanti nell’ambito fumettistico come Devil o Ghost Rider.
Ovviamente non è tutto oro quello che luccica e queste pellicole non possono definirsi tutte dei capoloavri del genere, tuttavia si deve rendere atto alla numerosità e varietà dell’offerta che si è concentrata in pochi anni.

Questa lunga premessa ci porta dunque nell’ambito del vero scopo di questo articolo, ovvero se finalemente, dopo aver percorso le intricate strade della creatività e della porduzione cinemtografica, siamo in grado di trovare il giusto palcoscenico per mettere in scena il dramma dell’uomo pipistrello.

Da Player principale, come abbiamo osservato, la Warner si è tramutata nel primo decennio di questo millennio un follower.
Era ginto il momento di fare tabula rasa del passato e ripartire dalle orgini dei suoi due franchise pricipali, ma come fare? Da un lato si era consumata la tragedia umana di Crestopher Reeve, deceduto per le conseguenze dell’inciditente che da anni lo aveva reso paralizzato, e quindi non si sarebbe potuta ripristinare l’icona del Superman di Donner. Dall’altro gli ultimi fiaschi legati alle avventura di batman facevano sentire i loro echi nei tabloid di settore.

La parola d’ordine fu ricomnciare, e prese corpo nel titolo “Begins”, della nuova pellicola su cavaliere oscuro diretta da Chirstopher Nolan.
Quest’ultimo era un regista sconosciuto alla grandi platee dei blockbuster Americani, ma si era fatto largamente notare all’interno del circuito del cinema indipendte ineme al frantello sceneggiatore con quel piccolo capolavoro noto come “Memento” e successvamente con “Insomnia”.

Se Batman doveva essere, allora sarebbe stato il Batman delle origini, ma non quelle definite dal suo padre natural Bob Kane, ma quelle delineate in primis dal Miller e successvamente da Mazzuchelli, che con la graphic novel “year one” elevà al massimo grado di realismo le vicende dell’uomo pipistrello.

Gotham city, non sarebbe più stata un città gotica e misteriosa, piuttosto una megalopoli no diversa da NewYork, Chigaco o Melbourne, un luogo con architetture, dinamiche e dimensioni reali, odierne, assolutamente riconoscibili.

Il Batman di Nolan è dunquè un vendicatore solitario, che combatte avversari concreti come possono essere le organizzazioni mafiose e la corruzione, un eroe la cui ricchezza è giustificata da assets azionari e fondi di investimento, e dove i suoi marchingegni non escono “dal cappello”, ma da un dipartimento R&D a cui sono affidati i progetti militati sperimentali.

Batman, nonostane la storia tumultuosa che lo ha visto salire e scendere nelle classifiche di gradimento del movie business ha trovato un artigiano del cinema come Nolan, il cui pragmatismo e ricerca del realismo (paragonabile a Michael Mann di Heat), in grado di tirare fuori la sua vera essenza, la violenza, i turbamenti e l’etica.
La trasposizione delle storie del topo volante, ha però il vincolo narrativo degli antagonisti, per lo più immagini speculari delle sfaccettature della psiche del protagonista.

Il cast di primi attori, era quanto di meglio una produzione del genere potesse avere, primo fra tutti la scelta dell’attore Christian Bale per interpretare Bruce Wayne, il quale già noto alla critica come enfant prodige ne “l’impero del sole” di Spielberg, era tornato alla ribalta prima con film commerciali quali “il regno del fuoco” o “Equilibrium”, poi con film indipendenti dove diede grande prova del suo talento come “l’uomo senza sonno” (The Machinist).

Bale portò sullo schermo quella fisicità che era mancata al batman degli annni 80, senza trasformare il suo fascino in un atteggimento spavaldo e inutile come fece Val Kilmer (Batman forever) ed eliminando ogni accenno di ammiccamento o ironia come nel mai troppo criticato Gorge Clooney (Batman & Robin) e tutto questo mantenendo vivo e sempre presente il lato drammatico e tormentato del personaggio

Inoltre per questo rilancio del pesonaggio, forse per evitare di bruciare “cattivi” di maggior peso, o perché no, per lasciare allo spettatore un senso di “crescendo”, fu scelto un nemico minore quale lo spaventapasseri (carecrow), e anche qui la linea artistica di Nolan fu netta, decidendoo di abbandonare qualunque riferimento a costumi o elementi grotteschi e di ritrarre tale personaggio, con una maschera minimale, usata più per “simpatia” che non per identificare il cattivo, il quale per la maggior parte del tempo si presenta a volto scoperto.

Il film ottenne il successo che meritava, ma era solo l’inizio di un fenomeno di reinnamoramento che fu consacrato nel 2008, col maggior successo di botteghino di sempre: “Il cavaliere Oscuro”….



(continua e finisce con la prossima parte)

venerdì 20 marzo 2009

The Dark Knight - Parte 2.


“E’ una nuvola? E’ un uccello? E’ un aereo?”

Se il mondo dei fumetti era sorprendente, incredbile, se sfidava le leggi della fisica e di tutto quello che l’uomo comune dava per scontato, allo stesso modo avrebbero fatto i film ad esso ispirati.
Con questi obiettivi la Warner Bros diede incarico a Richard Donner (Arma letale, Goonies, Maverick…), allora regista semi sconosciuto con all’attivo solo il successo horror “the Omen” (in Italia “la maledizione di Damien”) di dirigere la pellicola tratta dal supereroe per eccellenza: Superman.

La produzione sotto tanti aspetti complessa, e sia durante che dopo la release del film portò alla luce molti malumori, legati soprattuto alle idee contrastanti che nascono nella gestione di materiale così articolato e dal potenziale commerciale inesaurbile, tali da estromettere Donner nel proseguo della serie (…ma questa è un'altra storia).

Al di fuori di queste considerazioni, il film “Superman” permise di definere le linee guida del genere e che si andarono consolidando sempre di più negli anni a venire.
Il vademecum di Donner era piuttosto semplice: totale rispetto del materiale originale, inteso come rispetto delle origini, del backgorund e del contesto del personaggio.

A questo si aggiunse l’acume commerciale, grazie al quale si capì definitivamente che per raccontare le gesta di un gande personaggio era necessario un grande cast, ma soprattutto vinse l’idea che sebbene l’attore principale non fosse rilevante, in quanto la sua fama avrebbe potuta risultare deleteria per il main character, più risalto avrebbero avuto i comprimari e soprattutto gli avversari.

Per queste ragioni Superman divenne “figlio” di Marlon Brando e Gene Ackman (allora molto in auge per “il braccio violento della legge”) fu scritturato per il ruolo della geniale mente criminale nota col nome di Lex Luthor.
In questo modo il pubblico avrebbe percepito lo spessore del personaggio sulla base di riferimenti a lui noti.
Lo sfortunato Chistopher Reeve, allora attore di teatro, fu poi la rivelazione della pellicola e il suo nome rimase legato nel bene e nel male, come tutti sappiamo, al personaggio principale, Superman.

Da tali premesse sembrava non si potesse fallire, eppure da un inizio sfolgarante seguirono poi, crescendo, una serie di fallimenti quali, a parte Superman II (servirebbe articolo a parte…) Superman III e IV, che portarono le major ad abbandonare per qualche anno i progetti legati ai super eroi.

Il motivo della disfatta era abbastanza banale in quanto era stata tradita la linea di definita da Donner, e addirittura su due fronti: il primo fu proprio quello di contestualizzare il personaggio all’interno di contenitori narrativi, allora attuali ma scollati dalle avventure narrate nei fumetti (la minaccia atomica, guerra fredda, pericoli insiti nell’informatica), la seconda di limitare le dinamiche dei protagonisti a schemi ripetitivi e farserchi.

L’interesse del pubblico scemò visto che negli anni si faceva più maturo, in quanto come accade per tutte le “serie”, il bambino che vede il primo episodio cresce col progredire della saga, e quindi la sua percezione dei contenuti si evolve, così come la stessa capacità di giudizio sulla qualità del prodotto finale.

Tra gli operatori di hollywood c’era chi sosteneva che il fenomeno Superman fosse stato limitato e non ripetibile, chi invece cercò di rilanciare l’immagine dei personaggi dei fumetti nel cinama, e tra le fila di questi accaniti sostenitori c’era proprio il vecchio Dick Donner e sua moglie Laura, che nel frattempo cercavano di accaparrarsi diritti per trasporre altre serie a fumetti (..una fra tutte quella degli X-men, e presto torneremo a parlarne).

La Warner Bros non si arrese e organizzò la sua rentreè in ambito supereroistico col progetto “Batman”, fratello di casa editrice (DC comics) proprio di Superman.
La storia narra che in realtà la lavorazione del film iniziò già nell’83, e molto tempo fu perso proprio per inquadrare il personagigo principale.

In più di 50 anni di storie l’uomo pipistrello aveva avuto molte incarnazioni tra cui la più nota al pubblico era quella del telefilm con Adam West del 1968.
Il dibatitto era legato proprio all’immagine che si voleva dare in pasto alla gente, in quanto se da una parte il personaggio originale descritto dallo stesso Bob Kane fosse un serio e cupo miliardario, dal drammatico passato, seppur con una “spalla” più solare nota come “Robin”, dall’altra l’evoluzione temporale e gli sceneggiatori che si erano susseguiti l’avevano trasformato nella macchietta “con la pancia” che tutti conosciamo.

In questa situazione di stallo, si presentò un raggio di sole, o sarebbe meglio dire, visti i toni, di luna.
Frank Miller realizzò in quegli anni uno dei suoi massimi capolavori, ovvero il già citato “The Return of the Dark Knight”.
Nella graphic novel, Batman è riratto come un eroe in declino, vecchio e stanco, non c’è traccia alcuna del robin che conosciamo, la batmobile non è un’auto sportiva e veloce ma un brutale tank d’assalto, e il mondo colorato dei fumetti è invece sostitutio da una trattazione dura, realistica, dai toni cupi e priva di retorica buonista.
I nemici perdono di una definizione netta, non più bianco o nero, ma livelli di grigio, la morale è soffocata dalla crudeltà degli eventi e anche gli amici (Superman) possono risultare avversari da combattere fino alle estreme conseguenze.

Questa rinascita oscura del personaggio permise agli sceneggiatori di trovare il giusto soggetto per il film, la storia di un eroe solitario, drammatico, tetro come la città teatro delle sue gesta, Gotham.
E’ questo dunque il cavaliere oscuro? E’ questo il vero Batman citato nelle riviste di settore del 1988?
Beh, col senno di poi ci viene da sorridere, e potremmo chiudere la faccenda con un dignitoso “buona la prima”, ma sarebbe troppo semplicistico, non vi pare?

Sicuramente merito della produzione fu quello di chiudere col passato scanzonato e rumoroso del batman televisivo, portanto all’attenzione dei media il concetto di come un supereroe fumettistico può essere un oggetto narrativo “adulto” tale da essere rappresentato senza sberleffi o calzamaglie in una pellicola con più livelli di lettura.
Certo il processo si è avvalso della spinta di una nuova vena creativa dark che “infettò” il mondo del fumetto per tutti i successivi anni 90, ma questo può essere solo un merito.
Altro merito della Warner fu la scelta del cast, ed è inutile aggiungere altro sul ruolo, o meglio dire, del peso, che Jack Nicholson come Joker (..o la Basinger, perché no?) ebbe nel lancio, nell’economia e nella resa finale del film.

Ma se da un lato questo fu un vantaggio, è innegabile per chi ama i comics, come questa scelta snaturò gran parte del senso del personaggio, in quanto la complessità del Joker, avrebbe richiesto un attore che non lo soffocasse col suo carisma.
Sullo schermo si vede Jack Nicholson, ci si esalta per la sua espressività e si sorride al suo “gigioneggiare”, ma è Jack che interpreta il Joker, non “Il” Joker.
Il Joker vero, il pazzo, l’instabile, shizofrenico, comico, eccessivo Joker è perduto in una eco di quello che si stava cercando forse di evitare, ovvero il clown interpretato da Cesar Romero nel noto telefilm…peccato!

Altro elemento che impreziosice il film e al contempo lo danneggia è il suo stesso regista, un Tim Burton messo a freno dalla produzione che cerca di far esplodere il suo lato più dark e gotico (..si libererà del tutto con l’incompreso seguito Batman returns).
Le capacità visionarie del regista mal si addicono a blockbuster costruiti per rispattere canoni dettati del marketing (basti pensare al fiasco del remake de “il pianeta delle scimmie”, ahinoi sempre opera sua), e sebbene la sceneggiatura sia stata confezionata in modo tale da dare poco spazio alle interpretazioni, il film ne uscirà nei giudizi degli anni successivi come “il Batman di Tim burton”, immagine poi rafforzata dagli errori incommentabili di Joel Shumacher (è un articolo serio e non diremo altro su gli infami Batman Forever e Batman & Robin).

L’interpretazione del regista si sente particolarmente oltre che nella scelta delle scenografie molto più gotiche di quanto ci si potesse aspettare, anche della scelta dell’attore per la parte di Burce Wayne.
Al tempo Michael Keaton era l’attore feticcio di Tim burton (probabilmente se avesse girato il film oggi avrebbe scelto Jhonny Depp), e per rappresentare la dualità del personaggio, quale migliore ipotesi se non quella di affidare il ruolo del miliardario disturbato a qualcuno del tutto privo di una fisicità impontente, come invece batman dovrebbe richiedere?
La risposta è tutta nelle tematiche burtoniane, e quindi in quel microcosmo del tutto centrata.

L’evoluzione del mercato, il cambiamento di ritmo nella vita quotidiana e la sempre più pressante informatizzazione trasformarorano nuovaemente il pubblico che andò al cinema per vedere l’uomo pipistrello nell’estate del 1988, e di nuovo la miopia delle macchina hollywoodina ricadde nell’errore primario.

La troppa semplificiazione delle tematiche in oggetto, e il distacco dal meteriale originario fece allontanare il pubblico dagli eroi sul grande schermo, ma questa volta, diversamente dal caso di Superman il marketing aveva spremuto troppo oltre il “giocattolo”, facendolo così sprofondare in un limbo di antipatia e disinteresse fino alla fine degli anni 90.

Per fortuna arrivò il nuovo millennio il 2000 si aprì col vagito di una casa editrice che per anni aveva osservato l’evolversi del mecato cinematografico legato ai personaggi die fumetti, era la Marvel Comics.

Dopo gli esperimenti disastrosi degli anni 70, era rimasta in “sordina”, lavorando a piccole produzione, per lo più nell’ambito della televisione via cavo americana, finchè non produsse insieme alla New Line Cinema (quella dei vari Nightmare nonché La saga del Signore degli anelli) un film coraggioso e “sperimentale”, il titolo era Blade e fu un grande successo di settore.

Questo esperimento ben riuscito fu la scintilla che innescò una reazione a catena ela successiva esplosione di una rinnovata vena creativa e crescente entusiasmo.
Un produttore rilanciò le sorti del cinema supereroistico con uno slogan più moderno: “L’evoluzione è cominciata!”Il produttore era sempre Richard Donner, e il film era X-Men……

(…continua)

venerdì 13 marzo 2009

The Dark Knight - Parte 1



Carissimi, oggi introduco il primo pezzo di Massi, una nuova leva del melmo blog! Mi vanti di avergli fatto la corte per avere qualche suo pezzo in una delle tante materie in cui si diletta per hobby (hi-tech, videogame, cinema, giochi di ruolo, etc.). Mi ha accontentato con dei pezzi faraonici per qualità e quantità di scritto (Massi, hai mai pensato di fare lo scrittore?). Abbiamo diviso il tutto in 4 puntate, che ci terranno compagnia nelle prossime settimane. Grazie a Massi e buona lettura!



“Qualcuno può dirmi in che razza mondo stiamo vivendo?
In cui un uomo si traveste da pipistrello, e si ruba tutta la mia stampa?”

Recitava così Jack Nicholson, coperto in volto dal pesante trucco richiesto per interpretare il personaggio Joker, nel film “Batman” diretto dal pluripremiato Tim Burton nel lontano 1988.
Sono passati venti anni, e quella battuta è di nuovo attuale, in quanto l’uomo pipistrello è tornato a riempire le pagine dei giornali, e ancor più di lui proprio il suo folle alterego.

Sembra una concidenza, eppure dopo quasi un lustro la “batmania”, come era stata definita negli anni ottanta la passione per il personaggio creato nel 29 dal compianto Bob Kane, è esplosa nuovamente seppur con le opportune differenze che il mutato contesto sociale e temporale comportano.

20 anni fa il successo di Batman fu attribuito in parte alla novità di portare un personaggio dei fumetti al cinema con grande sfarzo di mezzi e risorse da parte della major di hollywood, in parte per aver legato il simbolo dei comics a nomi di attori di rilievo, con un loro fandom consolidato, quali Jack Nicholoson e Kim Basinger (tra loro, nel lead-role c’era anche Michael Keaton, ma fino ad allora era conosciuto solo per il geniale lavoro in BeetleJuice, precedente lavoro direttivo di Tim Burton), ma soprattutto calando il personaggio in un contesto non riconducibile alle dinamiche sociali di quegli anni, ma lascindalo altresì in un ambito quasi fiabesco…e perché no, da fumetto.

La storia del personaggio nel film, nella sua chiave bidimensionale, ammiccante e gotica piaque alla critica, e fiumi di parole e inchistro furono usate per incensare la una delle più grandi operazione commerciali degli anni 80.

Tra le pagine dei giornali di settore, in tanti si cimentarono in una minuziosa ricerca delle fonti ispiratirci della sceniggiatura del blockbuster sul “topo volante”, quali
elenchi di episodi, di “special issue” di edizioni d’annata dove era possibile trovare tracce di dialoghi, cenni di ambientazioni riposte, tematiche narrative e via dicendo.

Migliaia di articoli differenti, ma un solo tema ricorrente, identificato come unico vero ispiratore della produzione, ovvero la graphic novel “The Return of Dark Knight” scritta e desgnata da Frank Miller (già autore di molte storie di Daredevil, e Spiderman, ma noto anche di recente per Sin city e 300) qualche anno prima.

Oggi, 20 anni dopo, rileggiamo quegli articoli, li confrontiamo con le centinaia di quelli odierni e troviamo in tutti la stessa osservazione, “The Return of the Dark Knight”…Il cavaliere oscuro è tornato!

Chiunque abbia avuto modo, però di vedere la capostipite delle pellicole ispirate al “batman” e i rencenti “Batman Begins” (2005) e l’ultimissimo “the Dark Knight”, si sarà reso conto come questi due nuovi prodotti siano profondamente dissimili dal classico degli anni 80.
Qual è dunque il vero Batman?

Parafrasando il “begins” della prima, delle due pellicole dirette da Chris Nolan, partiano dalle origini.
Dagli anni 50 alla fine degli anni 70 sia la televisione che il mondo del cinema hanno cercato di portare nel “mondo reale” le gesta di noti supereroi.
Senza dilungarci in lunghe narrazioni possiamo rapidamente citare le serie ad episodi di Superman in bianco e nero, assai ingenuo e patetico, o proprio batman del 68, così glamuor e pop.

Abbiamo poi gli “esperimenti” dei lungometraggi ispirati ispirati, alle avventure dell’arrampica muri di quartiere, conosciuto come spiderman e tanti altri.
Tra i citati e i molti altri dell’elenco, il fattore comune era la scarsezza di mezzi realizzattivi, il totale distacco dai contenuti o storyline del materiale originale (sebbene il telefilm di batman faccia uno sforzo in questa direzione) ma soprattutto la povertà creativa degli sceneggiatori, del tutto estranei alle dinamiche alle modalità di gesitone di questi personaggi.

E’ ovvio come questi elementi non abbiano di certo contribuito a rendere appetibile al grande pubblico questi eroi di carta, così affascinanti nelle loro vignette colorate ma ben poica cosa nella loro traspozione “live action”.

Questa ultima osservazione fu però la chiave del rilancio cinematografico degli eroi dei comics.
Se la potenza del fumetto era quella di poter rappersentare qualunque prodezza o qualunque super poter immaginabile, vista la totale libertà del mezzo, limitata in effetti solo dalle qualità narrative dello sceneggiatore e dalle doti grafiche del disegnatore, analogamente sarebbe stato necessario impressionare la pellicola con i medesimi elementi.

Fu così che il regista Richard Donner, definì la prima linea guida di questa nuova era cinematografica, infondendo nuova linfa al genere supereroistico, e lo fece con un slogan, semplice e immediato: “Crederete che un uomo può volare”.

Il film era Superman, ed era il 1978……(…continua)