martedì 31 marzo 2009

Pollo fritto.




Seconda ricettina di Maria Cristina:


Ingredienti: sovracoscie di pollo, farina 00, darina di riso, sale, birra
ghiacciata, olio d'arachide. Quantità: qb


Prendete le sovracoscie di pollo, pulitele, disossatele e tagliatele a cubetti medio piccoli.



Preparate della pastella con farina 00, farina di riso, un pizzico di sale e birra ghiacciata (o altrimenti acqua gassata ghiacciata), il composto dovrà risultare ne molto denso ne molto liquido.


Passate nella pastella i cubetti di pollo e friggeteli in abbondante olio (d’arachide se possibile)caldo.
Scolateli e salateli a piacere.



Ed ecco il risultato finale.





Maria Cristina

lunedì 30 marzo 2009

La gita a Cheese a Settembre 2007.

Ecco il secondo articolo che avrei dovuto scrivere più di un anno fa.
Anche qui ho una più che valida motivazione che mi giustifica dall'aver aspettato così tanto. L'ho fatto per voi amanti del formaggio in tutte le sue forme e nelle sue mille varietà di sapori; per voi enogastroturisti che non vedete l'ora che arrivi settembre 2009 per andare a visitare questa meravigliosa manifestazione.
Sto infatti per parlarvi di CHEESE!! l'unica manifestazione interamente dedicata al formaggio organizzata da Slow Food.
Cheese si svolge a Bra (Cuneo) ogni due anni.
Personalmente ne avevo sentito parlare la prima volta nel maggio 2005 (mentre ero di servizio come sommelier ad un'altra manifestazione di Slow Food che si chiama Distinti Salumi e che si svolge a Cagli – PU – a cavallo tra il 25 aprile e il primo maggio di ogni anno e alla quale vi consiglio caldamente di andare perché è molto molto carina), e vi assicuro che aspettare due anni per andarci non è stato affatto facile. La voglia che avevo era così tanta che a maggio 2007 avevo già prenotato l'albergo per settembre (e ho pure faticato un po' a trovarlo).
Per chi è appassionato di formaggi CHEESE!! è il paese dei balocchi e la cosa si percepisce abbastanza chiaramente dalla mia espressione in questa foto.


Bra è una piccola cittadina, devo dire molto carina, che si gira meravigliosamente bene a piedi.
La manifestazione Cheese! si svolge in genere dal venerdì al lunedì ed essendo arrivati alla settima edizione (questa del 2009) a livello logistico (parcheggi e navette) non ci sono particolari problemi. Per tutta la città sono poi dislocati dei punti in cui prendere le piantine degli stand e l'elenco degli eventi enogastronomici e dei laboratori del gusto organizzati, peraltro già consultabili e scaricabili settimane prima nel sito web dedicato.
Marco ed io abbiamo scelto di partire il giovedì pomeriggio e di dormire un po' fuori Bra, intanto perché non avevo trovato posto in città e poi perché pensavamo che fosse più semplice parcheggiare e muoversi in macchina piuttosto che rischiare di rimanere bloccati, visto che il sabato lo avremmo dedicato alla vista di “certe” cantine. Infatti, visto che volevamo anche fare un giro nelle Langhe, il nostro albergo lo abbiamo scelto a Barolo.
Il venerdì mattina ci siamo diretti a Bra e in venti minuti eravamo in zona.
Non abbiamo avuto problemi con il parcheggio e la giornata è stata splendida sia dal punto di vista meteorologico sia da quello della folla. Infatti il primo giorno di Cheese è l'ideale per farsi un bel giro senza fare le code agli stand.
Tutti gli espositori sono arrivati e le varie degustazioni sono attive sin dall'ora di pranzo.
Un simpatico signore del posto ci ha detto poi che se si ha la possibilità di rimanere, il lunedì è il giorno migliore per gli acquisti; infatti gli espositori tendono a non riportarsi a casa i prodotti che hanno portato in fiera (molti sono anche stranieri e si viaggia meglio più leggeri dato che si è anche molto stanchi!) e praticano dei bei sconti per l'acquisto dei vari formaggi & Co.
Ma entriamo nel merito.
La mattina l'abbiamo impiegata tutta per visitare il Grande Mercato dei Formaggi: 3 ore di assaggi e sbocconcellature in Italia e all'estero mangiando formaggi conosciuti, rari, sperimentali e abbinamenti di tutti i tipi (dalle marmellate, alle mostarde, alle salse).
Le foto sotto mostrano i formaggi vecchi francesi (alcuni sapevano di liquirizia, altri di erbe), il meraviglioso formaggio blu inglese – lo Stichelton – i pluripremiati mieli di Thun e l'aceto balsamico tradizionale di Modena dell'acetaia Paltrinieri. Di foto ne ho altre centinaia di tutti questi stand in cui era impossibile non assaggiare e non chiedere informazioni.


Personalmente mi sarei comprata di tutto, ma mi sono limitata a prendere i depliant per acquistare in futuro, magari durante una vacanza organizzata appositamente (in albergo la sera avevamo due buste piene di carta!!).

Di acquisti ne abbiamo fatti pochi perché con Marco avevamo deciso di dedicare la quasi totalità del nostro budget per mangiare.
Cheese 2007 aveva infatti organizzato:
- dei chioschi di degustazione suddivisi per regione (c'erano la Valle d'Aosta, la Puglia, il Friuli Venezia Giulia e l'Emilia Romagna;
- la Gran Sala del Formaggio e l'Enoteca;
- la Casa dei Blu;
- la Piazza della Birra;
- la Cucina di Strada;
- i presidi Slow Food dei Formaggi e non solo.

Verso l'ora di pranzo ci siamo quindi diretti verso la Gran Sala del Formaggio e alla Casa dei Blu. Quest'ultima in particolare la consideravo un segno del destino. Ogni edizione infatti Cheese! la dedica ad un tema da approfondire: nel 2007 si parlava di formaggi erborinati, in altre parole la mia ossessione all'interno della passione dei formaggi.
Ecco quindi che verso l'ora di pranzo ci dirigiamo nella parte della città dedicata a questo.


Come sempre mi accade quando ho alte aspettative ecco la delusione dietro l'angolo...e nemmeno tanto dietro!!
Per entrare alla Gran Sala si doveva pagare una quota di 8,00 euro a persona comprensive di una degustazione di formaggio e vino e fin lì niente di strano; l'idea era quella di entrare prendere 2 degustazioni diverse di vini e formaggi ed proseguire con gli assaggi. Invece no. Per poter entrare nella Gran Sala e nella Casa dei Blu si pagavano queste 8,00 euro che ti obbligavano a fare una degustazione di Moscato d'Asti e una di un Pannerone di Lodi, un formaggio presidio Slow Food che tra l'altro davano in un pezzo enorme che se per caso non ti piaceva non sapevi che farci.
Tutti gli altri assaggi erano a pagamento, cosa non sbagliata di per sé, ma completamente mal comunicata.
Immaginate di trovarvi di fronte a migliaia di bottiglie di tutte le tipologie possibili e immaginabili di vino provenienti da tutta Italia e avere un buono per il Moscato d'Asti e contemporaneamente avere la possibilità di assaggiare formaggi provenienti da tutto il mondo (3 o 4 pezzetti in un assaggio) e doversi mangiare un pezzo enorme di un formaggio che non hai scelto di mangiare avendo comunque già assaggiato molti di quei formaggi prima e in maniera completamente gratuita...della serie o così o butti le 8 euro...io infatti non ho voluto spendere altri soldi per mangiare e bere lì perché mi sono sentita un po' presa in giro.
Se mi avessero fatto scegliere il primo assaggio, poi sicuramente avrei continuato, invece abbiamo ripiegato in una degustazione di Dolcetto (Monfalletto 2006, Cordero di Montezemolo) e in una di Barolo (Classico Riserva 2001 di Giacomo Borgogno & Figli) – che ci hanno entrambi molto deluso – e ce ne siamo andati.

Avendo ancora una certa fame, ci siamo diretti verso la Cucina di Strada e la Piazza della Birra dove è iniziata la parte indimenticabile della nostra giornata.
La Cucina di Strada offriva tante piccole stuzzicherie che ci hanno fatto veramente bene al cuore, al palato e allo stomaco: abbiamo mangiato l'insuperabile Focaccia con il formaggio di Recco, la Piada romagnola con lo stracchino, dei Wurstel con il formaggio altoatesini, la Pizza fritta campana


dei panini con burro e acciughe ciascun ingrediente facente parte di un presidio Slow Food di cui se avessi scritto l'articolo all'epoca ricorderei tutti i nomi, ma che vi posso far vedere qui


e poi birra, tanta e buona birra.

La Piazza della Birra era organizzata particolarmente bene.
Di produttori di birra artigianale ce n'erano 21 ciascuno con diverse birre da assaggiare; ora, capite che la cosa diventava impegnativa se i produttori non si fossero organizzati nel proporre dei bicchieri medio/piccoli di birra a 1,50 euro al bicchiere in maniera tale da permettere diversi assaggi.
Noi abbiamo bevuto:
- del Birrificio Troll di Vernante, Cuneo la birra Panada (che è una birra chiara, con gradazione alcolometrica di 4,7 ad alta fermentazione fatta con coriandolo, zenzero e scorza d'arancia amara), la Shangrila Fumè (che è una birra ambrata, con gradazione alcolometrica di 7,5 ad alta fermentazione fatta con malto da whisky scozzese torbato) e una birra scura di cui non conosco nome e gradazione ma ottima e fatta con foglie di tabacco;
- del Birrificio Cittavecchia di Sgonico, Trieste la loro birra chiara a bassa fermentazione con 4,9 di gradazione alcolometrica;
- del Birrificio Torino di Torino la Clara (che è una birra chiara, con gradazione alcolometrica di 4,8 a bassa fermentazione)
- del Pivovar Bohemia Regent di Trebon (Slovacchia) la Premium Tmavý Ležák (che è una birra ambrata, con gradazione alcolometrica di 4,4 a bassa fermentazione).
Tutte queste birre erano assolutamente ottime, ciascuna con una propria particolarità e con nette differenze al gusto. Di seguito trovate chi ha apprezzato di più.


Non paghi abbiamo continuato la nostra peregrinazione allo stand del Friuli Venezia Giulia dove io ho assaggiato la Torta di frico con polenta accompagnata da un notevole Sauvignon 2005 DOC Friuli Isonzo di Manzocco Dario di Cormòns (GO) e Marco ha ingannato il tempo che io ho impiegato a mangiare sorseggiando un Tocai Friulano 2006 DOC Friuli Isonzo della Tenuta Luisa di Mariano del Friuli (GO).

A quel punto, sazi, abbiamo proseguito il pomeriggio passeggiando per le vie di Bra, scoprendo degli scorci molto carini e continuando a vagare per gli stand dei presidi che sono stati tanto interessanti quanto utili perché ci hanno portato al luogo in cui abbiamo degnamente concluso la giornata, e cioè al laboratorio organizzato dalla Regione Puglia.
Questa parte del pomeriggio merita un post a parte al quale vi rimando.

Concludo ribadendo il consiglio di andare a vedere almeno una volta nella vita questa splendida manifestazione.
Marco ed io abbiamo trovato tantissime cose interessanti da mangiare a tanti spunti per le future vacanze enogastronomiche nella nostra incantevole e ricca penisola.
Quest'anno Cheese si tiene dal 18 al 21 Settembre. Troverete a breve tutte le informazioni che vi potranno servire al sito http://www.cheese.slowfood.it/welcome.lasso quando lo aggiorneranno con le info relative all'edizione 2009. Da parte mia vi consiglio già di prenotare per dormire.

Più di tante altre parole vi volevo salutare con l'espressione di Marco sulla strada per andare a prendere la macchina: erano già 15 minuti che mi diceva che non avrebbe più assaggiato e bevuto niente anche perché venivamo dal mitico laboratorio del gusto della Puglia.
Passiamo davanti all'ultimo stand sulla via dell'uscita dalla città ed improvvisamente mi accorgo che stavo parlando da sola...mi volto e vedo Marco così:



Emanuela.

sabato 28 marzo 2009

Un sabato con gli amici, di Andrea Camilleri.



Libro sorprendente questo di Camilleri.
Veloce e schietto, ma si lascia leggere con facilità ed appassiona con un finale per nulla scontato.
Siamo molto distanti dagli scritti storici o Montalbaneschi dell'autore.
A me non è dispiaciuto ed ho polverizzato le 140 pagine in una mezza giornata mentre facevo la guardia ai sonnellini di mia figlia.
La narrazione riguarda un gruppo di pseudo amici che si ritrova un sabato sera a cena, così come recita il titolo, e fra una chiacchera e un drink di troppo...si snoda con colpi di scena e flashback improvvisi.

Da leggere velocemente.

Un Sabato con gli amici, Editore Mondadori, prezzo 14,50 euro scontato.

Marco.

venerdì 27 marzo 2009

The Dark Knight - Parte 3



“Ciò che non ci uccide, ci rende…più strani!


Dopo il grande successo di Superman, Richard Donner e la moglie Laura, insieme alla Marvel, rappresentata dal coraggioso produttore Avi Arad, responsabile del successo dell’allora recente Blade, rilasciarono nell’estate del 2000 il film sul famoso gruppo di super eroi mutanti del mondo, noti come X-Men.

E’ fu un successo.

La ricetta era sempre la stessa tuttavia oltra al rispetto del materiale originale, la vera novità fu il 2taglio” che venne dato alla pellicola.
Il giovane ma talentuoso regista Bryan Singer, acclamato dalla critica e dal pubblico per “i soliti sospetti”, riuscì a riproporre tutte le tematiche e le icone classiche del fumetto all’interno del mondo attuale, e non il contrario.
Questa trasposizione, risolse molte delle perplessità che in passato erano state generate dall’inserimento di supereroi in questioni della vita reale, inolre, trattare il personaggio dei comics come materiale di attualità lo rese appetibile a considerazioni di costume, moda e quant’altro, reindirizzando in questo modo anche l’attenzione dei media.

Alla nuova ricetta del 2000, i progetti cinematografici legati ai supereori riproposero poi la consolidata strategia di mescolare attori noti e riconoscibili a promettenti stelle nascenti, che sarebbero potute implodere nel film o affermarsi e continaure a splendere in modo indipendente (questo fu il proprio caso di Hugh Jackman, il quale preceduto dalla fama del persnaggio che interpretava, wolverine, ne rivette tutti i benefici e affezioni del pubblico.

I personaggi dei comics non erano i soli portagonisti della pellicola, ma le loro trame e sottotrame diventarono un altro personaggio a cui dare spessore e da collocare nel mondo “vero”.

Gli eroi non ci difendono dai comunisti o dagli imprenditori folli, gli eroi portano con loro le storie che li hanno accompagnati nelle pagine dei fumetti, e il mondo si trasforma oggi per rappresentare il dibattito globale sulla identificaizone dei mutanti, o domani per la minaccia astrale di Galactus (I Fantastici 4 e Silver Surfer).

La domanda che si pongono gli scenggiatori non è più cosa farebbe Superman oggi, ma, con quello che conoscenze di oggi, come sarebbe Superman? Come si potrebbero tradurre le sue avventure in termini di realisimo, senza variarne gli elementi che le contraddistinguono?

Il pubblico scoprì cos’ì nuovamente i super eroi, interpretati nel rispetto di specifici canoni di realismo e dove possibile di “verosimiglianza”.
Gli eroi dei fumetti assumo una dimensione terrena nel nuovo millennio, sofforno , si feriscono, non hanno costumi sgargianati ma ritorvati della tecnica e gli stessi super poteri che li rendono unici, trovano speigazioni quasi plausibili

Se gli anni 80 e 90 hanno visto in più riprese l’ascesa e la caduta della Warner Bros, ed i suoi premiati franchise Superman e Batman, gli anni 2000 sono stato scenario indiscusso della Marvel, la quale, grazie ad un bilanciato utilizzo delle tecnoligie digitali ha prima recuperato e poi conquistato il mercato cinematografico con il ricco carnet dei suoi personaggi.

E la sfida ha visto emergere oltre agli X-Men, gli intramontabili Fantastici 4, Spiderman, Hulk e IronMan, nonché personaggi minori, ma sempre rilevanti nell’ambito fumettistico come Devil o Ghost Rider.
Ovviamente non è tutto oro quello che luccica e queste pellicole non possono definirsi tutte dei capoloavri del genere, tuttavia si deve rendere atto alla numerosità e varietà dell’offerta che si è concentrata in pochi anni.

Questa lunga premessa ci porta dunque nell’ambito del vero scopo di questo articolo, ovvero se finalemente, dopo aver percorso le intricate strade della creatività e della porduzione cinemtografica, siamo in grado di trovare il giusto palcoscenico per mettere in scena il dramma dell’uomo pipistrello.

Da Player principale, come abbiamo osservato, la Warner si è tramutata nel primo decennio di questo millennio un follower.
Era ginto il momento di fare tabula rasa del passato e ripartire dalle orgini dei suoi due franchise pricipali, ma come fare? Da un lato si era consumata la tragedia umana di Crestopher Reeve, deceduto per le conseguenze dell’inciditente che da anni lo aveva reso paralizzato, e quindi non si sarebbe potuta ripristinare l’icona del Superman di Donner. Dall’altro gli ultimi fiaschi legati alle avventura di batman facevano sentire i loro echi nei tabloid di settore.

La parola d’ordine fu ricomnciare, e prese corpo nel titolo “Begins”, della nuova pellicola su cavaliere oscuro diretta da Chirstopher Nolan.
Quest’ultimo era un regista sconosciuto alla grandi platee dei blockbuster Americani, ma si era fatto largamente notare all’interno del circuito del cinema indipendte ineme al frantello sceneggiatore con quel piccolo capolavoro noto come “Memento” e successvamente con “Insomnia”.

Se Batman doveva essere, allora sarebbe stato il Batman delle origini, ma non quelle definite dal suo padre natural Bob Kane, ma quelle delineate in primis dal Miller e successvamente da Mazzuchelli, che con la graphic novel “year one” elevà al massimo grado di realismo le vicende dell’uomo pipistrello.

Gotham city, non sarebbe più stata un città gotica e misteriosa, piuttosto una megalopoli no diversa da NewYork, Chigaco o Melbourne, un luogo con architetture, dinamiche e dimensioni reali, odierne, assolutamente riconoscibili.

Il Batman di Nolan è dunquè un vendicatore solitario, che combatte avversari concreti come possono essere le organizzazioni mafiose e la corruzione, un eroe la cui ricchezza è giustificata da assets azionari e fondi di investimento, e dove i suoi marchingegni non escono “dal cappello”, ma da un dipartimento R&D a cui sono affidati i progetti militati sperimentali.

Batman, nonostane la storia tumultuosa che lo ha visto salire e scendere nelle classifiche di gradimento del movie business ha trovato un artigiano del cinema come Nolan, il cui pragmatismo e ricerca del realismo (paragonabile a Michael Mann di Heat), in grado di tirare fuori la sua vera essenza, la violenza, i turbamenti e l’etica.
La trasposizione delle storie del topo volante, ha però il vincolo narrativo degli antagonisti, per lo più immagini speculari delle sfaccettature della psiche del protagonista.

Il cast di primi attori, era quanto di meglio una produzione del genere potesse avere, primo fra tutti la scelta dell’attore Christian Bale per interpretare Bruce Wayne, il quale già noto alla critica come enfant prodige ne “l’impero del sole” di Spielberg, era tornato alla ribalta prima con film commerciali quali “il regno del fuoco” o “Equilibrium”, poi con film indipendenti dove diede grande prova del suo talento come “l’uomo senza sonno” (The Machinist).

Bale portò sullo schermo quella fisicità che era mancata al batman degli annni 80, senza trasformare il suo fascino in un atteggimento spavaldo e inutile come fece Val Kilmer (Batman forever) ed eliminando ogni accenno di ammiccamento o ironia come nel mai troppo criticato Gorge Clooney (Batman & Robin) e tutto questo mantenendo vivo e sempre presente il lato drammatico e tormentato del personaggio

Inoltre per questo rilancio del pesonaggio, forse per evitare di bruciare “cattivi” di maggior peso, o perché no, per lasciare allo spettatore un senso di “crescendo”, fu scelto un nemico minore quale lo spaventapasseri (carecrow), e anche qui la linea artistica di Nolan fu netta, decidendoo di abbandonare qualunque riferimento a costumi o elementi grotteschi e di ritrarre tale personaggio, con una maschera minimale, usata più per “simpatia” che non per identificare il cattivo, il quale per la maggior parte del tempo si presenta a volto scoperto.

Il film ottenne il successo che meritava, ma era solo l’inizio di un fenomeno di reinnamoramento che fu consacrato nel 2008, col maggior successo di botteghino di sempre: “Il cavaliere Oscuro”….



(continua e finisce con la prossima parte)

giovedì 26 marzo 2009

Cabernet Sauvignon di Casale del Giglio anno 2001.



In una serata di grande divertimento, ma dai toni enologici un po' bassi, questo vino fa la sua "porca" figura.
E' sicuramente aiutato da un'annata che è stata annoverata buona dagli analisti Laziali, ed anche dal buon punto di maturazione a cui la bottiglia è arrivata.
Color rosso rubino scuro, quasi impenetrabile.
Al naso fitto sentore di frutta matura e pepe nero.
Al palato è avvolgente, ma non troppo, sicuramente non invadente.
Il tannino è morbido e si lascia gustare senza prevaricare.
E' dotato di una struttura discreta che mi è sembrata giunta ad una maturazione pressochè finale.
Il finale è abbastanza lungo.
Dei prodotti di Casale del Giglio provato negli ultimi due anni è sicuramente il migliore.

Stefano faceva notare che il prodotto in questione, se pur in annate apprezzabili come queste, subisce lo sconfortante rapporto qualità prezzo che lo fa collocare negli ultimi posti della classifica per questa discriminante.
In effetti 20 euros per questa bottiglia appaiono veramente un prezzo sbilanciato.



Marco.

mercoledì 25 marzo 2009

Melmo...in memè-cantina !

1)Da quanto tempo hai una cantina ?
Oddio non mi ricordo…diciamo che ha cominciato a farmela mio padre prima che io mi sposassi.
Quindi all’incirca quattro anni e mezzo

2)La prima bottiglia qual è stata ?
Domanda difficilissima.
Sicuramente un Barolo, ma non ricordo quale.

3)Quanto tempo ci passi ?
Poco, purtroppo.
Solo il tempo di depositare i nuovi acquisti o di prendere la boccia che mi serve.
Di rado ho tempo per un inventario dettagliato.

4)Quanti “pezzi” hai ?
Circa 240 non contando gli spumanti, gli champagne e i vini bianchi che sono solo di passaggio !



5)Quello di cui sei piu’ geloso e quello di cui sei piu’ orgoglioso ?
Sono molto orgoglioso delle verticali che con molta fatica ho composto, penso al Turriga ed al Flaccianello, ma anche del Dorico.
Sono geloso di...tutte le bottiglie !

6)Raccontaci qualche aneddoto su qualche bottiglia…
Vado con mio padre in un noto grande supermercato a Roma, meglio non mettere la zona, e prendo una sfilza di Baroli e di Barbaresco.
Al momento di pagare mi viene presentato un conto irrisorio…come se avessi comprato dieci litri di vino sfuso.
Provo a dire qualcosa alla cassiera: ”Guardi ci deve essere un errore sul prezzo di questo vino…” e lei non mi neanche finire: ”Basta con queste storie!Sono otto ore che lavoro e non posso neanche andare in bagno, se nun cell’avete li sordi, nun lo comprate er vino !”
Voi che avreste fatto ?
Io ho semplicemente annuito e le ho passato i, pochi ,soldi.

7)La regione piu’ presente ?
E’stata per lungo tempo il Piemonte, oggi devo registrare il clamoroso sorpasso della Toscana.

8)Il vino piu’ presente ?
Il Barbaresco.

9)La lacuna piu’ grave da colmare ?
Ho tantissime lacune…

10)La prossima bottiglia prevista in entrata è…?
Non so dirvi quale sarà, ma sarà sicuramente una buona bottiglia.



11)A quanti pezzi arriverai ?
A 500 mi fermo e faccio ruotare.

12) La bottiglia che insegui da una vita…?
Non la inseguo da una vita, ma alcune volte mi è sfuggita da sotto il naso.
Solaia di Antinori, mi accontenterei anche dell’annata 2002, pensa te…!


Marco.

martedì 24 marzo 2009

Spaghetti di Riso con germogli di soia.


Oggi è presento una ricetta della mia collega Maria Cristina, anche lei nuova leva del Melmo Blog, recentemente acquisita nell'ultima campagna acquisti.
Ha promesso tante ricettone tutte speciali, quindi tenetevi pronti.

Ingredienti: germogli di soia, aglio, cipolla, olio di semi, carote, zucchine,
salsa di soia, spaghetti di riso. Quantità: qb! :)


Lavate i germogli di soia e teneteli da parte.
Fate soffriggere l’aglio tritato finemente e la cipolla affettata sottilmente per qualche minuto in poco olio di semi.
Quando avranno preso calore (non bruciateli) aggiungete le carote alla julienne e continuate a girare spesso, le zucchine, poca salsa di soia, i germogli di soia e condite con le spezie a piacere.
Fate proseguire la cottura delle verdure a fiamma media per circa 5 minuti, se si asciugano troppo aggiungete poca acqua di volta in volta.
Nel frattempo immergete gli spaghetti di riso in abbondante acqua salata e tiepida x circa 10/15 minuti, scolateli .
Unite gli spaghetti al condimento, aumentate la fiamma in modo che la padella sia ben calda e saltateli per qualche minuto, aggiungendo qualche altra goccia di salsa di soia.

Maria Cristina

lunedì 23 marzo 2009

Sorgente del vino.

Finalmente ce l'abbiamo fatta. Dopo molte insistenze la cara Anna Maria ha finalmente scritto per noi. La cosa non può che farmi piacere, visto quanto la stimo e quanto la trovo simpatica oltre che, ovviamente, molto competente.
Vi lascio al suo primo pezzo, perchè lei già sa che non sarà l'ultimo!

SORGENTE DEL VINO Mostra dei vini naturali di territorio e tradizione
Agazzano (PC) Rocca Anguissola Scotti
1-2 marzo 2009
Anna Maria Epifani


Esiste un numero imprecisato di persone che praticano un’agricoltura di piccola scala, dimensionata sul lavoro contadino e sull’economia familiare, orientata all’autoconsumo e alla vendita diretta. Un’agricoltura di basso o nessun impatto ambientale, fondata su una scelta di vita legata a valori di benessere, ecologia, giustizia, solidarietà piuttosto che a fini di arricchimento e profitto. Un’agricoltura quasi invisibile per i grandi numeri dell’economia, ma irrinunciabile per mantenere fertile e curata la terra, per mantenere ricca la diversità dei paesaggi, delle piante, degli animali, per mantenere vini, saperi, tecniche e prodotti locali, per mantenere popolate le campagne.

Sono arrivata ad Agazzano in una giornata piovosa e grigia dopo aver fatto parecchie ore di macchina. Volevo saperne di più su questi “vini veri” che tanto difficilmente riusciamo a trovare e che spesso, se li troviamo costano tanto!
Non conoscevo la zona e neppure le campagne della provincia di Piacenza se non per esserci a volte transitata andando altrove….è stata una bellissima scoperta.



Mi ha accolto la Rocca Anguissola Scotti, antico complesso in fase di restauro non completamente riportato agli antichi splendori, ma proprio per questo ancor più affascinante.
Biglietto e bicchiere 10 euro e via a conoscere i produttori.
Erano tanti…60…provenienti da tutt’Italia. Il tempo a disposizione poco, troppo poco per dedicare la giusta attenzione a tutti.
Una scelta difficile da fare.

Decido velocemente: sentiremo i più lontani, quelli più difficilmente raggiungibili, l’estremo sud e l’estremo nord.
Abbiamo iniziato con l’Azienda Agr. Porta del Vento di Marco Sferlazzo, Camporeale (PA) situata in una vallata a 600 m s.l.m. con 10 ha di vigneto, i più alti della provincia, impiantati tra il ’74 e l’85 su un terreno sabbioso leggero che si sovrappone ad una crosta di calcare.


Il terreno è scosceso, molto vento, coltivazione biologica certificata. I trattamenti sono solo zolfo e rame, il lavoro in vigna esclusivamente a mano, la resa per ettaro bassissima, 30q/ha. Pochi travasi, nessuna filtrazione.
Due sono i vini bianchi “Porta del vento” a base di uve Catarratto vinificato solo in acciaio e “Saharay” anch’esso a base di Catarratto, ma con macerazione sulle bucce di 2 settimane in tini aperti senza controllo di temperatura, senza solforosa e senza lieviti aggiunti, spremitura soffice in torchio manuale e affinamento in botti di rovere da 25 hl per un anno.
Eccezionale!! Profumi affascinanti, palato lungo e morbido…mi colpisce!
L’azienda produce anche un rosso “Ishac” a base di nero d’Avola, molto fruttato, ben fatto ma un po’ troppo giovane.

Rimaniamo in zona, è la volta dell’Azienda Agr. Guccione dei fratelli Francesco e Manfredi, Monreale (PA). Un bel ragazzo dai fluenti capelli biondi e gli occhi azzurri (Francesco) mi fa assaggiare i suoi vini.
L’Azienda possiede 20 ha di vigneto in cui coltiva Trebbiano, Catarratto, Nerello Mascalese, Perricone, è certificata biologica e dal 2005 biodinamica. I terreni si trovano in collina da 450m a 600m s.l.m,. In cantina si svolgono poche operazioni tutte volte a salvaguardare la qualità dell’uva e del lavoro svolto in vigna, quindi fermentazioni spontanee senza aggiunta di lieviti selezionati, bassissima solforosa nessuna modificazione nella struttura del mosto, nessuna operazione prima dell’imbottigliamento (gomma arabica e altro). Il vino più importante, presentato in una bottiglia preziosa di vetro scuro è sicuramente il Perricone…un consiglio per il produttore: la prossima volta meno legno….ma l’azienda ci ha già pensato!

Ed ora andiamo da un’azienda gestita da due giovani donne Arianna e Fausta, che con grinta e coraggio hanno scommesso sull’importanza di comprendere le esigenze di una terra povera e siccitosa senza turbarla nel suo divenire o modificarla nel suo aspetto, cercando di raccogliere ciò che può offrire in un equilibrio unico che comunica rigore e armonia al Nero d’Avola e freschezza ed eleganza al Frappato. L’Azienda Arianna Occhipinti, Vittoria (RG) produce infatti due vini rossi, uno a base di uve Frappato di Vittoria (vitigno celebre per la Docg Cerasuolo di Vittoria) e l’altro un Nero d’Avola su terreni di matrice antichissima nello scenario dei Monti Iblei. Il particolare clima, il terreno, il sole caldo, le sabbie rosse danno vini figli del territorio, del lavoro naturale in vigna e di quello attento e accurato in cantina. Sono vini piuttosto scarichi di colore, vinosi, schietti, di facile beva.

Il tempo scorre veloce, risaliamo l’Italia facendo una tappa in Campania dove ci attende l’Azienda Montedigrazia, Tramonti (SA) che ci offre l’opportunità di assaggiare altri vitigni tipici di un territorio a ridosso della Costiera Amalfitana caratterizzato da forti escursioni termiche nel cuore del parco dei Monti Lattari. A volte su piede franco a volte in vigne antiche su terreni terrazzati formatisi nel corso delle numerose eruzioni del Vesuvio coltivano infatti il Tintore, espressione popolare di generazioni di estimatori che hanno paragonato questo vitigno ad un’artista del colore per via della sua importante carica antocianina, il Piedirosso così chiamato per il raspo somigliante alla zampa di un colombo, il Bianca tenera dalla buccia delicata, il Ginestra dai riflessi verdognoli e il Pepella che ha pochi acini grandi e tantissimi acini piccoli come i grani di pepe coltivati. Vini interessanti, soprattutto i rossi così veri, vivaci di colore, profumati all’olfatto.

Ora lasciamo il sud e andiamo in Liguria dall’Azienda Agr. Santa Caterina, Sarzana (SP) che si estende su 8 ha di vigneti e 4ha di uliveti. Le pratiche di conduzione dei terreni sono volte a preservare la fertilità dei terreni mediante inerbimenti e periodici apporti di letame, mentre i trattamenti per contenere le malattie fungine delle piante sono a base di rame e zolfo. Il lavoro di cantina è orientato al massimo rispetto dell’uva e del vino.
I vini, di buon livello qualitativo, sono particolari nella vinificazione ed originali come il titolare, direi, infatti i due bianchi, Vermentino e Giuncaro, fermentano sulle bucce per 20 gg. circa, mentre il rosso, Fontananera, per evitare i tannini, rimane sulle bucce solo 3 gg.


Risalendo ancora l’Italia, mi colpisce un ragazzo dal sorriso aperto, così mi fermo a degustare i vini dell’Azienda I Clivi, Corno di Rosazzo (UD), piccoli tesori vista la bontà del contenuto, 12.500 bottiglie di un grande bianco friulano da uvaggio, poco più di 2.000 di un rosso da uve merlot ottenuti da vecchi ceppi, anche di 70 anni, tutta natura, orgoglio contadino, impegno, che sembrano comunicare al berli, l'attenzione e l'amore loro riservato in vigna ed in cantina.

Facciamo ora un salto in Piemonte per Cascina Tavjin, Scurzolengo (AT) in cerca di Grignolino, Barbera e Ruché in versione naturale. Ci accoglie Nadia con il suo sorriso entusiasta, con il padre Ottavio Verrua conduce l’azienda biologica che da lungo tempo segue queste metodologie secondo un percorso personale legato all'esperienza e alla lunga osservazione del vigneto.
"Mio padre - ci racconta Nadia - quando ha cominciato ad entrare nelle vigne arava ancora con i buoi! Lui conosce molto bene le sue vigne, ci trascorre le giornate, ci va anche la domenica ed è stato sufficiente osservarle per capire qual era la strada giusta da percorrere. In famiglia si discute molto su come intervenire in vigna e come lavorare in cantina: lui segue le tradizioni, io faccio spesso proposte innovative per impiegare anche metodi che si avvicinano alla biodinamica”. Con cortesia e disponibilità uniche Nadia ci fa sentire anche un passito straordinario ed originalissimo…ne hanno fatte pochissime bottiglie per uso familiare ed fatto con un vitigno quasi sconosciuto, lo Zanel che ha un’acidità incredibilmente edulcorata e carattere deciso.

Per finire ci dirigiamo verso la Valtellina con l’Azienda Ar.pe.pe., Sondrio che presenta la Docg Valtellina Superiore in quasi tutte le sue espressioni. Chiare le differenze tra Rosso di Valtellina, Sassella, Grumello ed Inferno che solo il vitigno nobile che costituisce questi vini permette di ottenere in così pochi km di distanza tra vigneti. I vini sono ben fatti, di vinificazione classica con lunghe macerazioni sulle bucce ed elevata acidità, tutte caratteristiche inconfondibili derivanti dal territorio.

Purtroppo la giornata è finita, sta salendo la nebbia in quest’angolo di pianura padana, dobbiamo rientrare!

I produttori ci salutano invitandoci a Vin Natur, 5-6 Aprile a Villa Favorita, Monticello di Fara Sarego (VI) iniziativa volutamente in concomitanza con Vinitaly, io passo l’invito a tutti voi che mi leggete perché vino non è soltanto economia e numeri, ma soprattutto passione di chi produce e di chi beve!!!




Anna Maria

sabato 21 marzo 2009

Il gioco dell'angelo, di Carlos Ruiz Zafon.



Ho atteso talmente tanto questo nuovo libro di Zafon che forse l’ho incosciamente caricato di troppa aspettativa.
D’altronde “L’ombra del vento” è nella mia lista dei libri preferiti e l’ansia per una nuova opera dello stesso autore era normale non solo in me, ma in tutti quelli che avevano letto la precedente.

Difficile dare un giudizio sintetico.
Innanzitutto è un libro più’ lungo, più’ fantasioso, più’…”creato” dall’autore rispetto a “L’ombra del vento”.
E queste caratteristiche si fanno sentire soprattutto verso la fine del romanzo.
All’inizio invece ci si riallaccia subito con l’atmosfera, con i paesaggi e anche con alcune figure che avevamo incontrato nell’altro romanzo.
La Barcellona di Zafon è la solita…bella città, intrigante che ti sorprende e che ti meraviglia.
Alcune descrizioni sono letteralmente bellissime, se stai leggendo da solo in salotto può’ capitarti di sentire freddo o caldo in base al momento raccontato o al paesaggio descritto.

Nell’insieme però mi sembra che questo libro perda il confronto con il precedente.
Nonostante le “sterzate” e le “accelerazioni” che l’autore da alla storia, in alcune parti si denota un procedere troppo vago e troppo poco trascinante.
Non che sia un brutto romanzo…quello no, non lo voglio dire.
Probabilmente se un lettore leggesse questo libro, senza aver letto prima “L’ombra del vento”, avrebbe un giudizio diverso.
Più’distaccato e più’ concernente soltanto quest’opera.
Il finale è allucinante.

Insomma, io questo libro non riesco a consigliarlo.

Il gioco dell'angelo, editore Mondadori, prezzo 25,00 euro.


Marco.

venerdì 20 marzo 2009

The Dark Knight - Parte 2.


“E’ una nuvola? E’ un uccello? E’ un aereo?”

Se il mondo dei fumetti era sorprendente, incredbile, se sfidava le leggi della fisica e di tutto quello che l’uomo comune dava per scontato, allo stesso modo avrebbero fatto i film ad esso ispirati.
Con questi obiettivi la Warner Bros diede incarico a Richard Donner (Arma letale, Goonies, Maverick…), allora regista semi sconosciuto con all’attivo solo il successo horror “the Omen” (in Italia “la maledizione di Damien”) di dirigere la pellicola tratta dal supereroe per eccellenza: Superman.

La produzione sotto tanti aspetti complessa, e sia durante che dopo la release del film portò alla luce molti malumori, legati soprattuto alle idee contrastanti che nascono nella gestione di materiale così articolato e dal potenziale commerciale inesaurbile, tali da estromettere Donner nel proseguo della serie (…ma questa è un'altra storia).

Al di fuori di queste considerazioni, il film “Superman” permise di definere le linee guida del genere e che si andarono consolidando sempre di più negli anni a venire.
Il vademecum di Donner era piuttosto semplice: totale rispetto del materiale originale, inteso come rispetto delle origini, del backgorund e del contesto del personaggio.

A questo si aggiunse l’acume commerciale, grazie al quale si capì definitivamente che per raccontare le gesta di un gande personaggio era necessario un grande cast, ma soprattutto vinse l’idea che sebbene l’attore principale non fosse rilevante, in quanto la sua fama avrebbe potuta risultare deleteria per il main character, più risalto avrebbero avuto i comprimari e soprattutto gli avversari.

Per queste ragioni Superman divenne “figlio” di Marlon Brando e Gene Ackman (allora molto in auge per “il braccio violento della legge”) fu scritturato per il ruolo della geniale mente criminale nota col nome di Lex Luthor.
In questo modo il pubblico avrebbe percepito lo spessore del personaggio sulla base di riferimenti a lui noti.
Lo sfortunato Chistopher Reeve, allora attore di teatro, fu poi la rivelazione della pellicola e il suo nome rimase legato nel bene e nel male, come tutti sappiamo, al personaggio principale, Superman.

Da tali premesse sembrava non si potesse fallire, eppure da un inizio sfolgarante seguirono poi, crescendo, una serie di fallimenti quali, a parte Superman II (servirebbe articolo a parte…) Superman III e IV, che portarono le major ad abbandonare per qualche anno i progetti legati ai super eroi.

Il motivo della disfatta era abbastanza banale in quanto era stata tradita la linea di definita da Donner, e addirittura su due fronti: il primo fu proprio quello di contestualizzare il personaggio all’interno di contenitori narrativi, allora attuali ma scollati dalle avventure narrate nei fumetti (la minaccia atomica, guerra fredda, pericoli insiti nell’informatica), la seconda di limitare le dinamiche dei protagonisti a schemi ripetitivi e farserchi.

L’interesse del pubblico scemò visto che negli anni si faceva più maturo, in quanto come accade per tutte le “serie”, il bambino che vede il primo episodio cresce col progredire della saga, e quindi la sua percezione dei contenuti si evolve, così come la stessa capacità di giudizio sulla qualità del prodotto finale.

Tra gli operatori di hollywood c’era chi sosteneva che il fenomeno Superman fosse stato limitato e non ripetibile, chi invece cercò di rilanciare l’immagine dei personaggi dei fumetti nel cinama, e tra le fila di questi accaniti sostenitori c’era proprio il vecchio Dick Donner e sua moglie Laura, che nel frattempo cercavano di accaparrarsi diritti per trasporre altre serie a fumetti (..una fra tutte quella degli X-men, e presto torneremo a parlarne).

La Warner Bros non si arrese e organizzò la sua rentreè in ambito supereroistico col progetto “Batman”, fratello di casa editrice (DC comics) proprio di Superman.
La storia narra che in realtà la lavorazione del film iniziò già nell’83, e molto tempo fu perso proprio per inquadrare il personagigo principale.

In più di 50 anni di storie l’uomo pipistrello aveva avuto molte incarnazioni tra cui la più nota al pubblico era quella del telefilm con Adam West del 1968.
Il dibatitto era legato proprio all’immagine che si voleva dare in pasto alla gente, in quanto se da una parte il personaggio originale descritto dallo stesso Bob Kane fosse un serio e cupo miliardario, dal drammatico passato, seppur con una “spalla” più solare nota come “Robin”, dall’altra l’evoluzione temporale e gli sceneggiatori che si erano susseguiti l’avevano trasformato nella macchietta “con la pancia” che tutti conosciamo.

In questa situazione di stallo, si presentò un raggio di sole, o sarebbe meglio dire, visti i toni, di luna.
Frank Miller realizzò in quegli anni uno dei suoi massimi capolavori, ovvero il già citato “The Return of the Dark Knight”.
Nella graphic novel, Batman è riratto come un eroe in declino, vecchio e stanco, non c’è traccia alcuna del robin che conosciamo, la batmobile non è un’auto sportiva e veloce ma un brutale tank d’assalto, e il mondo colorato dei fumetti è invece sostitutio da una trattazione dura, realistica, dai toni cupi e priva di retorica buonista.
I nemici perdono di una definizione netta, non più bianco o nero, ma livelli di grigio, la morale è soffocata dalla crudeltà degli eventi e anche gli amici (Superman) possono risultare avversari da combattere fino alle estreme conseguenze.

Questa rinascita oscura del personaggio permise agli sceneggiatori di trovare il giusto soggetto per il film, la storia di un eroe solitario, drammatico, tetro come la città teatro delle sue gesta, Gotham.
E’ questo dunque il cavaliere oscuro? E’ questo il vero Batman citato nelle riviste di settore del 1988?
Beh, col senno di poi ci viene da sorridere, e potremmo chiudere la faccenda con un dignitoso “buona la prima”, ma sarebbe troppo semplicistico, non vi pare?

Sicuramente merito della produzione fu quello di chiudere col passato scanzonato e rumoroso del batman televisivo, portanto all’attenzione dei media il concetto di come un supereroe fumettistico può essere un oggetto narrativo “adulto” tale da essere rappresentato senza sberleffi o calzamaglie in una pellicola con più livelli di lettura.
Certo il processo si è avvalso della spinta di una nuova vena creativa dark che “infettò” il mondo del fumetto per tutti i successivi anni 90, ma questo può essere solo un merito.
Altro merito della Warner fu la scelta del cast, ed è inutile aggiungere altro sul ruolo, o meglio dire, del peso, che Jack Nicholson come Joker (..o la Basinger, perché no?) ebbe nel lancio, nell’economia e nella resa finale del film.

Ma se da un lato questo fu un vantaggio, è innegabile per chi ama i comics, come questa scelta snaturò gran parte del senso del personaggio, in quanto la complessità del Joker, avrebbe richiesto un attore che non lo soffocasse col suo carisma.
Sullo schermo si vede Jack Nicholson, ci si esalta per la sua espressività e si sorride al suo “gigioneggiare”, ma è Jack che interpreta il Joker, non “Il” Joker.
Il Joker vero, il pazzo, l’instabile, shizofrenico, comico, eccessivo Joker è perduto in una eco di quello che si stava cercando forse di evitare, ovvero il clown interpretato da Cesar Romero nel noto telefilm…peccato!

Altro elemento che impreziosice il film e al contempo lo danneggia è il suo stesso regista, un Tim Burton messo a freno dalla produzione che cerca di far esplodere il suo lato più dark e gotico (..si libererà del tutto con l’incompreso seguito Batman returns).
Le capacità visionarie del regista mal si addicono a blockbuster costruiti per rispattere canoni dettati del marketing (basti pensare al fiasco del remake de “il pianeta delle scimmie”, ahinoi sempre opera sua), e sebbene la sceneggiatura sia stata confezionata in modo tale da dare poco spazio alle interpretazioni, il film ne uscirà nei giudizi degli anni successivi come “il Batman di Tim burton”, immagine poi rafforzata dagli errori incommentabili di Joel Shumacher (è un articolo serio e non diremo altro su gli infami Batman Forever e Batman & Robin).

L’interpretazione del regista si sente particolarmente oltre che nella scelta delle scenografie molto più gotiche di quanto ci si potesse aspettare, anche della scelta dell’attore per la parte di Burce Wayne.
Al tempo Michael Keaton era l’attore feticcio di Tim burton (probabilmente se avesse girato il film oggi avrebbe scelto Jhonny Depp), e per rappresentare la dualità del personaggio, quale migliore ipotesi se non quella di affidare il ruolo del miliardario disturbato a qualcuno del tutto privo di una fisicità impontente, come invece batman dovrebbe richiedere?
La risposta è tutta nelle tematiche burtoniane, e quindi in quel microcosmo del tutto centrata.

L’evoluzione del mercato, il cambiamento di ritmo nella vita quotidiana e la sempre più pressante informatizzazione trasformarorano nuovaemente il pubblico che andò al cinema per vedere l’uomo pipistrello nell’estate del 1988, e di nuovo la miopia delle macchina hollywoodina ricadde nell’errore primario.

La troppa semplificiazione delle tematiche in oggetto, e il distacco dal meteriale originario fece allontanare il pubblico dagli eroi sul grande schermo, ma questa volta, diversamente dal caso di Superman il marketing aveva spremuto troppo oltre il “giocattolo”, facendolo così sprofondare in un limbo di antipatia e disinteresse fino alla fine degli anni 90.

Per fortuna arrivò il nuovo millennio il 2000 si aprì col vagito di una casa editrice che per anni aveva osservato l’evolversi del mecato cinematografico legato ai personaggi die fumetti, era la Marvel Comics.

Dopo gli esperimenti disastrosi degli anni 70, era rimasta in “sordina”, lavorando a piccole produzione, per lo più nell’ambito della televisione via cavo americana, finchè non produsse insieme alla New Line Cinema (quella dei vari Nightmare nonché La saga del Signore degli anelli) un film coraggioso e “sperimentale”, il titolo era Blade e fu un grande successo di settore.

Questo esperimento ben riuscito fu la scintilla che innescò una reazione a catena ela successiva esplosione di una rinnovata vena creativa e crescente entusiasmo.
Un produttore rilanciò le sorti del cinema supereroistico con uno slogan più moderno: “L’evoluzione è cominciata!”Il produttore era sempre Richard Donner, e il film era X-Men……

(…continua)

giovedì 19 marzo 2009

Barbaresco anno 1997, cantina Bruno Giacosa.



Non era una riserva, e va bene...
Non era un Barolone, e va bene...
Però questo Barbaresco di Bruno Giacosa doveva recitare un ruolo più' da protagonista e meno da comprimario.
Nella stessa serata sono stati bevuti altri tre vinoni che ho già recensito(Barolo Prunotto, Sfursat Nino Negri e Duca Enrico) ed esso si colloca perfettamente a metà tra l'apice di bontà del Barolo e il nonvabene dello Sfursat.
Il colore è un granato mediamente chiaro.
Al naso accenni di sottobosco, di ciliegia e di liquirizia non chiarissimi e non in splendida definizione.
La struttura è buona, ma non eccellente.
Il tannino maturo, ma non troppo.
Il difetto maggiore che vi ritrovai era l'eccessiva chiusura corta.
Giudizio personale: sono rimasto un po' deluso da questo '97 e mi aspettavo di piu'.
Non so precisamente in enoteca a quale prezzo si possa trovare, presumo intorno ai 30euro.
Se, e ripeto se, siamo su questo standard di qualità, avrei di meglio da consigliare...
Con buona pace di Bob che adesso, se legge il pezzo, attacca il pippone...


Marco.

mercoledì 18 marzo 2009

Ristorante "Cacio Divino" a Pistoia.



Al Cacio Divino di Pistoia siamo capitati in una fredda ma bella giornata di inizio gennaio.
Indicato da un conoscente ma già testato da Elvio e Rosalba, il posto si presenta molto carino anche se decisamente microscopico.
Comunque vino, salumi e formaggi fanno bella mostra di sè mettendo subito decisamente fame!
Prima di descrivere quello che ci siamo mangiati, vi dico subito che il vino era un Carmignano Docg -Villa di Capezzana 2005.
E' un blend di sangiovese (e te pare) per l'80% e di cabernet sauvignon per la restante parte, affinato 14 mesi in tonneau e 6 in bottiglia.
La produzione avviene nella provincia di prato.
Non so se il Carmignano sia un vino da Docg, però a me è piaciuto specie il relazione al prezzo (20 €).
Tra l'altro ho visto che questa annata ha preso diversi riconoscimenti (che non è indicativo ma tant'è).

Per quando riguarda il manducare, abbiamo preso:
- un crostino di scorzone (ossia tartufo) e formaggio pecorino a latte crudo e un'altro al gorgonzola e lardo di colonnata. Molto buono il secondo, buono il primo.



- Ravioli in crema di roquefort: veramente buonissimi e, come diceva giustamente il cuoco, si percepisce la differenza (almeno nella media) tra il roquefort e il suo surrogato italico, ossia il gorgonzola.
Differenza che però si riverbera anche nel prezzo!



- Spaghettoni al ragù di chianina. Il piatto di per sè era buono, in particolare per la tipologia della pasta. Solo che essendo per errore (di cui si sono ampliamente scusati i gestori) arrivato dopo i ravioli, era più leggero come gusto e pareva meno saporito in confronto a quelli.


- trippa alla fiorentina: niente da dire, gran bel piatto.
Se vi piace la trippa (a me tantissimo) va mangiato.

- tagliere di salumi: erano molto buoni, ma anche molto saporiti e pertanto difficili da buttare giù a fine pasto. Meglio come antipasto.



Il conto finale, comprensivo anche di dolci, acqua e caffè (oltre che di un cognac offerto) si aggirava sui 33 euro a persona.
Fantastico rapporto q/p.

Consigliatissimo!


Ristorante Cacio Divino
Via del Lastrone, 13
51100 Pistoia
Tel. 0573 1941058
info@cacio-divino.it
www.cacio-divino.it

Stefano.

martedì 17 marzo 2009

Summus Sant'Antimo 1999, cantina Banfi.



E' sempre la solita storia: quando da un vinello non ti aspetti molto, ecco che ci puo' scappare la sorpresa...
Così è stato con il Summus, anno '99, bevuto durante il pranzo di Natale.
Rosso D.o.c. con uvaggio Cabernet Sauvignon 40%, Syrah 20% e Sangiovese 40%.
Colore rubino notevolmente profondo, inizialmente austero e fitto.
Gradualmente viene fuori con ribes e confetture di bosco prepotenti, ma non invadenti.
Un po' di tabacco e poi mora, pepe e chiodi di garofano.
Al palato è elegante con tannini fitti e nobili.
Dimostra un ottima struttura, forse dovuta ai 22 mesi in tonneau di rovere francese da 350L e all'affinamento di altri sei mesi.

Avevo in passato bevuto l'anno 2000 e non mi aveva fatto questa grande impressione.
In enoteca il costo si aggira sui 35 euro.
Consigliato.


Marco.

lunedì 16 marzo 2009

L'italianizzazione dell'Inghilterra parte da broccoli e vino.


Da Adn Kronos:
Non e' solo il broccolo italiano a sostituire il cavolfiore inglese poiche' nel 2008 e' aumentato del 10 per cento il valore delle esportazioni di vino Made in Italy nel Regno Unito dove e' crollato il consumo di birra al livello piu' basso degli ultimi dieci anni, secondo i dati della British Beer and Pub Association.
E' quanto emerge da una analisi della Coldiretti che evidenzia la crescente passione degli inglesi per la cucina italiana, sulla base dei dati Istat relativi ai primi dieci mesi del 2008.
"Se nei ristoranti ed in cucina secondo il 'Times' il broccolo sta sostituendo il cavolfiore, nei pub il vino - sostiene la Coldiretti - sta togliendo progressivamente spazio alla birra inglese nonostante le proteste contro la presenza di lavoratori italiani".
Le esportazioni di vino Made in Italy oltre Manica - stima la Coldiretti - hanno superato nel 2008 per la prima volta il valore di mezzo miliardo di euro con una predilezione per lo spumante.
Una evoluzione in netta controtendenza rispetto ai consumi di birra nei pub dove, anche per effetto della crisi si sono bevute - precisa la Coldiretti - 1,8 milioni di pinte in meno al giorno, nel terzo trimestre rispetto a quello analogo dell'anno precedente. Lo stesso premier inglese Gordon Brown, che ha definito gli scioperi anti-italiani indifendibili in una intervista alla Bbc, conferma - conclude la Coldiretti - l'apprezzamento per il cibo italiano indicando come preferito proprio un piatto italiano, ''i fagottini alla mozzarella e verdure'', al pari di quanto fatto dal capo dell'opposizione David Cameron, che ha consigliato la ''pasta con il sugo di salsiccia'' nel libro ''Saints and Celebrities Cookbook'', pubblicato per scopi benefici dalla diocesi di Ilkley.

Commento: non so quanto continuità ci possa essere in questa italianizzazione, sta di fatto che il giudizio degli inglesi senza dubbio pesa. E un aumento delle importazioni di nostro vino (in un paese che è sempre stato tra i primi importatori) è un fatto importante.
Ricordiamoci che pur non essendo ancora in grado di farselo da soli (perchè quegli obbrobri acetosi che fanno non si possono considerare vino), sono storicamente i più grandi intenditori di vino. E agli inglesi spetta il merito di aver creato vini mitici come il Bordeaux, il Porto e il Marsala!


Stefano

sabato 14 marzo 2009

Lezione di Panificazione Moderna e degustazione.


DOMENICA 29 MARZO
ristorante LA PROPOSTA Via Terni 13 – 067015615
ORE 10,30
LEZIONE DI PANIFICAZIONE DOMESTICA
€ 50,00
Kaiser rolls
Baguette col poolish
Casareccio
Brioche a lievitazione naturale
Pizza di Pasqua
ORE 17,00
DEGUSTAZIONE
PRODOTTI DELL'AZIENDA OLEARIA MADECCIA
VINI DI ACINI
Vincenzo Madeccia è un giovane e appassionato oliandolo di Sonnino.
Produce un ottimo olio esclusivamente da cultivar itrana,
le stesse olive in salamoia – spettacolari! - e un patè che vi lascerà estasiati.
Acini è una piccola società che distribuisce vini, sceglie con cura solo piccole aziende
che lavorano con passione, e vende anche a privati.
LA PROPOSTA e MARA SPICCIARIELLO
ve li presentano, convinti che riscuoteranno il vostro interesse.
Chi non è interessato al corso può partecipare alla sola degustazione, che è aperta a
tutti.

venerdì 13 marzo 2009

The Dark Knight - Parte 1



Carissimi, oggi introduco il primo pezzo di Massi, una nuova leva del melmo blog! Mi vanti di avergli fatto la corte per avere qualche suo pezzo in una delle tante materie in cui si diletta per hobby (hi-tech, videogame, cinema, giochi di ruolo, etc.). Mi ha accontentato con dei pezzi faraonici per qualità e quantità di scritto (Massi, hai mai pensato di fare lo scrittore?). Abbiamo diviso il tutto in 4 puntate, che ci terranno compagnia nelle prossime settimane. Grazie a Massi e buona lettura!



“Qualcuno può dirmi in che razza mondo stiamo vivendo?
In cui un uomo si traveste da pipistrello, e si ruba tutta la mia stampa?”

Recitava così Jack Nicholson, coperto in volto dal pesante trucco richiesto per interpretare il personaggio Joker, nel film “Batman” diretto dal pluripremiato Tim Burton nel lontano 1988.
Sono passati venti anni, e quella battuta è di nuovo attuale, in quanto l’uomo pipistrello è tornato a riempire le pagine dei giornali, e ancor più di lui proprio il suo folle alterego.

Sembra una concidenza, eppure dopo quasi un lustro la “batmania”, come era stata definita negli anni ottanta la passione per il personaggio creato nel 29 dal compianto Bob Kane, è esplosa nuovamente seppur con le opportune differenze che il mutato contesto sociale e temporale comportano.

20 anni fa il successo di Batman fu attribuito in parte alla novità di portare un personaggio dei fumetti al cinema con grande sfarzo di mezzi e risorse da parte della major di hollywood, in parte per aver legato il simbolo dei comics a nomi di attori di rilievo, con un loro fandom consolidato, quali Jack Nicholoson e Kim Basinger (tra loro, nel lead-role c’era anche Michael Keaton, ma fino ad allora era conosciuto solo per il geniale lavoro in BeetleJuice, precedente lavoro direttivo di Tim Burton), ma soprattutto calando il personaggio in un contesto non riconducibile alle dinamiche sociali di quegli anni, ma lascindalo altresì in un ambito quasi fiabesco…e perché no, da fumetto.

La storia del personaggio nel film, nella sua chiave bidimensionale, ammiccante e gotica piaque alla critica, e fiumi di parole e inchistro furono usate per incensare la una delle più grandi operazione commerciali degli anni 80.

Tra le pagine dei giornali di settore, in tanti si cimentarono in una minuziosa ricerca delle fonti ispiratirci della sceniggiatura del blockbuster sul “topo volante”, quali
elenchi di episodi, di “special issue” di edizioni d’annata dove era possibile trovare tracce di dialoghi, cenni di ambientazioni riposte, tematiche narrative e via dicendo.

Migliaia di articoli differenti, ma un solo tema ricorrente, identificato come unico vero ispiratore della produzione, ovvero la graphic novel “The Return of Dark Knight” scritta e desgnata da Frank Miller (già autore di molte storie di Daredevil, e Spiderman, ma noto anche di recente per Sin city e 300) qualche anno prima.

Oggi, 20 anni dopo, rileggiamo quegli articoli, li confrontiamo con le centinaia di quelli odierni e troviamo in tutti la stessa osservazione, “The Return of the Dark Knight”…Il cavaliere oscuro è tornato!

Chiunque abbia avuto modo, però di vedere la capostipite delle pellicole ispirate al “batman” e i rencenti “Batman Begins” (2005) e l’ultimissimo “the Dark Knight”, si sarà reso conto come questi due nuovi prodotti siano profondamente dissimili dal classico degli anni 80.
Qual è dunque il vero Batman?

Parafrasando il “begins” della prima, delle due pellicole dirette da Chris Nolan, partiano dalle origini.
Dagli anni 50 alla fine degli anni 70 sia la televisione che il mondo del cinema hanno cercato di portare nel “mondo reale” le gesta di noti supereroi.
Senza dilungarci in lunghe narrazioni possiamo rapidamente citare le serie ad episodi di Superman in bianco e nero, assai ingenuo e patetico, o proprio batman del 68, così glamuor e pop.

Abbiamo poi gli “esperimenti” dei lungometraggi ispirati ispirati, alle avventure dell’arrampica muri di quartiere, conosciuto come spiderman e tanti altri.
Tra i citati e i molti altri dell’elenco, il fattore comune era la scarsezza di mezzi realizzattivi, il totale distacco dai contenuti o storyline del materiale originale (sebbene il telefilm di batman faccia uno sforzo in questa direzione) ma soprattutto la povertà creativa degli sceneggiatori, del tutto estranei alle dinamiche alle modalità di gesitone di questi personaggi.

E’ ovvio come questi elementi non abbiano di certo contribuito a rendere appetibile al grande pubblico questi eroi di carta, così affascinanti nelle loro vignette colorate ma ben poica cosa nella loro traspozione “live action”.

Questa ultima osservazione fu però la chiave del rilancio cinematografico degli eroi dei comics.
Se la potenza del fumetto era quella di poter rappersentare qualunque prodezza o qualunque super poter immaginabile, vista la totale libertà del mezzo, limitata in effetti solo dalle qualità narrative dello sceneggiatore e dalle doti grafiche del disegnatore, analogamente sarebbe stato necessario impressionare la pellicola con i medesimi elementi.

Fu così che il regista Richard Donner, definì la prima linea guida di questa nuova era cinematografica, infondendo nuova linfa al genere supereroistico, e lo fece con un slogan, semplice e immediato: “Crederete che un uomo può volare”.

Il film era Superman, ed era il 1978……(…continua)

giovedì 12 marzo 2009

Rosso di Montalcino 2005 Le Macioche



Quasi un Brunello, spero nessuno si offenda!
Nel senso che nella miriadi di grandi prodotti ma anche di infime ciofeghe che ci offre il comprensorio di Montalcino, questo è davvero un gran bel prodotto che ti fa scordare che stai bevendo (come diceva Marco qualche tempo fa) il "fratello povero".
Delle virtù della produzione di Le Macioche e della cortesia dell'Ing. Mazzocchi abbiamo già parlato in altri post.
Qui mi limito a descrivere il prodotto bevuto il 20 dicembre.

Bel colore rosso rubino tendente al granato (che fa quasi pensare ad un prodotto con almeno un lustro sulle spalle). Al naso la frutta rossa in confettura e le spezie sono intense. Qualche nota di cuoio e di legno c'è. Al palato esplode in una sensazione di fruttosità e di vinosità avvolgenti e a tratti morbide, completate da un tannino presente ma non invadente. Solo il finale risente un po' della giovane età non essendo poi molto lungo (ma questo è un classico) ma anche poco complesso.

Non ricordo quanto l'abbiamo pagato, chiedo soccorso al buon Marco.

Stefano.

mercoledì 11 marzo 2009

Il vino in Cina.





Da Radio Cina International:

La Cina è un paese storicamente grande consumatore di grappa di riso e di cereali, per cui lo sviluppo del vino ha incontrato non pochi ostacoli, continuando tuttavia ad avanzare. Ora il paese conta molte famose aziende vinicole come Changyu, Great wall e Fengshou, mentre nei supermercati il vino occupa delle aree apposite, al pari della grappa, e viene accettato da un numero sempre maggiore di persone. Parlando della diffusione della cultura vinicola in Cina, non possiamo non parlare dell'Istituto di Enologia dell'Università di Scienze agricole e silvicole del nord-ovest della Cina, e del suo fondatore, il professor Li Hua, che abbiamo incontrato recentemente a Yangling, una zona di sviluppo delle scienze agricole situata un centinaio di km ad ovest di Xi'an, capoluogo della provincia dello Shaanxi. Durante la nostra visita, abbiamo scoperto che le pareti esterne dell'Istituto di Enologia sono appropriatamente dipinte di rosso vinaccia! A parte questo particolare gustoso, ricordiamo che il prof. Li Hua ha studiato all'Istituto di Enologia di Bordeaux, in Francia, a partire dal 1982, ottenendo il master nel 1985, ed è rimpatriato nel 1986, gettandosi di seguito nelle attività di insegnamento e ricerca.

Il prof. Li Hua ha iniziato a occuparsi di enologia per caso, ed è stato proprio questo ad accelerare lo sviluppo del vino in Cina:

"Mi sono occupato di enologia per puro caso. Infatti faccio parte del primo gruppo di laureati cinesi inviati nel 1982 all'estero dalla Cina tramite esame per seguire i corsi di dottorato di ricerca. Al tempo il governo cinese aveva firmato un accordo con la Francia, per cui duecento studenti cinesi, fra cui io, dopo un esame sono andati in Francia a seguire i corsi di ricerca. Prima avevo studiato frutticoltura. Allora i funzionari del Ministero dell'Istruzione cinese ritennero che in Francia alcuni studenti dovessero occuparsi di uva e il vino, per cui sono stato scelto da loro, ed ho studiato enologia."

Terminati gli studi, il prof. Li Hua è tornato in patria, gettandosi subito nell'insegnamento del settore enologico. In merito all' Istituto di Enologia, ormai famosissimo nel settore enologico nazionale, egli ha ricordato:
"All'inizio l'abbiamo chiamata 'laurea in viticoltura ed enologia', e su questa base nel 1994 abbiamo fondato il primo 'Istituto di Enologia' dell'Asia. L'insegnamento e le ricerche dell'istituto comprendono quattro aspetti: primo, la viticoltura, che copre le specie e la coltivazione dell'uva e la prevenzione delle malattie, allo scopo di produrre uva di ottima qualità; secondo, l'enologia, ossia le tecniche, i controlli di qualità, la chimica, ecc., con l'obiettivo di esprimere perfettamente la qualità dell'uva nel vino; terzo, i progetti enologici, ossia il razionale allestimento delle aziende vinicole, gli impianti e le infrastrutture, fornendo le condizioni necessarie e le tecniche razionali per la trasformazione dell'uva in vino; quarto, la gestione del mercato. Noi produciamo vino per offrirlo ai consumatori, quindi senza ricerche di mercato, il vino prodotto potrebbe rimanere invenduto. In questo senso, possiamo dire che il nostro insegnamento copre l'intero percorso dalla vigna alla tavola."
"Quanto alla viticoltura, curiamo due grandi aspetti: uno è rappresentato dalle ricerche sulle varietà di vitigni, che introduciamo dalle varie parti del mondo, scegliendo poi quelli adatti alla coltivazione nelle varie zone climatiche della Cina; il secondo è la creazione di nuove varietà di vitigni tramite incroci fra quelli esistenti e risorse di flora selvatica, o in forma genetica. Nella produzione, utilizziamo soprattutto varietà introdotte dalla Francia, perchè dai risultati della coltivazione degli ultimi anni emerge che sono le più adatte. Inoltre abbiamo una varietà da noi sviluppata, Ecolly, che contiene il suffisso eco-(logico), perché ha una forte capacità di adattamento all'ambiente e di resistenza alle malattie."

Dopo decine d'anni di insegnamento, l'Istituto di Enologia ha già formato un gran numero di professionisti che hanno dato grandi contributi al rapido sviluppo del settore vinicolo cinese, per cui il prof. Li Hua ha detto:
"Abbiamo già formato oltre mille laureati. Ora abbiamo più di 500 studenti, un centinaio dei quali impegnati nei corsi di ricerca. La dimensione attuale delle iscrizioni è maggiore del passato, quando ogni anno avevamo solo una classe di una trentina di persone. A partire dal 2000 abbiamo ingrandito la dimensione, passando a 120 persone all'anno. Quanto al corpo insegnanti, abbiamo una trentina di professori interni e una decina di esterni, per un totale di una cinquantina di persone."
Se lo sviluppo dell'Istituto di Enologia è stato rapido, lo è anche la diffusione del vino in Cina. Oggi sempre più vini importati entrano nella vita dei cinesi, il che esercita un forte impatto sui produttori nazionali. Il fatto è che dopo aver provato il vino occidentale, i consumatori cinesi avanzano maggiori richieste a quello interno. Al fine di rendere il vino cinese qualitativamente di livello mondiale, il prof. Li Hua e il suo Istituto si sono impegnati a fondo:
"Ogni anno organizziamo delle attività di scambi internazionali. Il 20 aprile teniamo la giornata della cooperazione con l'Organizzazione internazionale del vino. Ogni due anni organizziamo una classe internazionale di ricerche sull'uva e sul vino, ed ogni anno dispari un convegno. Ogni anno moltissimi esperti interni ed esteri partecipano alle nostre attività e sicuramente non possono mancare quelli italiani, provenienti da Verona, Piacenza, Alba e altre zone di produzione Nel 2007 una delegazione italiana di una cinquantina di esperti è venuta qui in visita."
Come un insegnante di enologia, il prof. Li Hua ha visitato quasi tutte le zone vinicole italiane. Parlando delle sue impressioni, egli ha detto:
"I vini italiani hanno delle caratteristiche speciali secondo la zona di produzione, e io non trovo che ce ne siano di migliori in assoluto. Ogni vino DOC ha il proprio stile, una cosa che dobbiamo apprendere dall'Italia. L'unificazione dello stile del vino cinese è troppo grave. Il vino di per sè è molto vario, per cui non trovo che esistano delle zone migliori o peggiori. Personalmente amo i prodotti di Verona e della Sicilia. Sono stato in Sicilia per un mese, dove i ritmi di vita sono lenti. Tornando la sera dal mare, è un vero piacere consumare dei frutti di mare accompagnati da del bianco secco..."
La lunga storia del vino italiano ha portato alla sua alta qualità. Invece una ventina di anni fa in Cina nessuno si intendeva di qualità del vino. Ricordando la situazione di allora, il prof. Li Hua ci ha detto:
"Nel 1986, quando sono rimpatriato, il vino cinese era fondamentalmente un misto di diversi tipi, senza alcun collegamento con gli standard internazionali. Ritornato in patria, ho voluto cambiare questa situazione, unificando il vino cinese con quello mondiale. Per fare una cosa del genere, occorreva cominciare dall'insegnamento. Per cui abbiamo istituito il primo corso cinese di laurea in viticoltura ed enologia, formando gli studenti. Nel frattempo ci siamo impegnati nella promozione di nuovi standard e tecnologie nelle aziende vinicole del paese, creando un sistema fondamentale dall'uva al vino e al mercato vinicolo. Tramite una ventina d'anni di sviluppo, il vino cinese ha visto dei profondi cambiamenti. Dal punto di vista del prodotto in sè, il vino di cui parliamo oggi è completamente diverso da quello del passato. Oggi sia il vino cinese che il vino italiano seguono gli stessi standard, sono tutti fatti di uva fermentata, un cambiamento essenziale per il nostro vino. Visto che siamo partiti in ritardo nella produzione di vino, abbiamo cooperato con i colleghi di molti paesi, anche italiani, nelle zone di produzione e nelle specie di uva, e proprio grazie a questa cooperazione molti impianti italiani sono stati importati dal settore vinicolo cinese. Le tecniche più avanzate introdotte comprendono la vasca di fermentazione Ganimede, e le linee di riempimento."


Stefano.

martedì 10 marzo 2009

Poderi Sanguineto a Montepulciano.

Poderi Sanguineto è il nome di una bella azienda di Montepulciano. Il nome deriva dalla zona dove risiede l'azienda che sembrerebbe essere stata in passato teatro di una sanguinosa battaglia ta Etruischi e Romani, da cui il nome.


L'azieda è concentrata esclsuivamente sul vino della zona, il Nobile e le sue derivazioni. Dispone di circa tre ettari vitati (e di altri non vitti) ed offre tre tipologie di vini:

- Il rosso di Montepulciano (era uno '06): sarebbe il base dell'azienda ma quello che ho assaggiato io aveva veramente poco di base: pieno e rotondo, con una struttura decisa e un bel finale accattivante. Poi mim è stato detto che la differenza tra il rosso e il nobile è solo nell'esecuzione di tutte le operazioni da disciplinare, non avendo loro vitigni di serie A o B o particolare attenzione per il Nobile a scapito del Rosso. In soldoni: il rosso potrebbero anche non farlo, ma per una serie di motivi (tra cui fatto che giustamente esce un anno prima) lo fanno ugualmente;

- Il nobile di Motepulciano('05): è un vino di cui non sono espertissimo, ma questo era veramente buono. Superiore al rosso nella smorzatura dei toni spigolosi, anche se pieno e fruttoso al punto giusto.

- La riserva: è il Nobile invecchiato un anno di più (per noi lo '04): veramente buono. Un ottimo mix tra l'anno in più di affinamento rispetto a Nobile '05 e l'annata decisamente superiore.



Insomma, un'aziendina da seguire.

Stefano.

lunedì 9 marzo 2009

Amarone della Valpolicella anno 2005, cantina Cadis.



Per questo, esoso, prodotto da grande distribuzione, avevo scelto il "palcoscenico" importante del pranzo di Natale.
Vi dico subito che non è stata una buona scelta.
Di colore rubino con un naso per niente complesso, con piccole note di prugne e cacao, è passato nel "gargarozzo" senza emozionare e senza dirci nulla di particolare.
D'accordo che a molti l'Amarone non piace, ma quando il vino è buono, qualcosa ti lascia sempre.
Questo invece è sembrato quasi piatto, troppo scontato senza un qualcosa che lo caratterizzi.
In bocca non era caldo, risultava solo a tratti equilibrato.

Forse il 2005 ha bisogno ancora di tempo in cantina per essere apprezzato a pieno.
Forse il vino era ancora troppo acerbo per dimostrare tutte le sue potenzialità.
Forse 23 euro per questa bottiglia sono comunque troppi...

Assaggiatelo anche voi e poi fatemi sapere.

Marco.

sabato 7 marzo 2009

Vinosofia - R. Cipresso, G. Negri


Mi è piaciuto questo libro, anche se è molto particolare. E' un libro da amanti del vino, o almeno così lo ritengo io. Difficile comprenderlo appieno se non si ha un minimo di dimestichezza col mondo enologico.
La formula di scrittura è, come dicevo, particolare nel senso che l'ottica è quella di descrivere ... bicchieri di vino, che poi in realtà sono associati a singole uve (a parte un paio di casi particolari). Solo che ogni bicchiere è descritto da una serie di mini-racconti o di articoli giornalistici o di storie inventate e il vitigno descritto viene svelato solo alla fine.
Credo che l'intento fosse quello di realizzare una sorta di gioco, dove il lettore si sforza di indovinare quanto prima possibile il tipo di vitigno utilizzato.
Qua torna in gioco la necessità di un po' di competenza, sia per indovinare dagli indizi sia per appassionarsi, perchè credo che non sia facile da leggere in assoluto, tantomeno per chi non ha questa passione o vi si approccia da poco. Non è che bisogna essere enologi o sommelier, intendiamoci. Basta solo conoscere un po' la storia di quello che si beve, il territorio o i territori che vi stanno dietro e qualche simpatico aneddoto.

Per quanto riguarda il titolo, deriva dall'intento dei due autori di andare oltre la definizione "accademica" del bicchiere (colore, profumi, gusto) e di dargli un'impostazione filosofica, che poi sarebbe prevalentemente il "quando" berlo.
Proposito ammirevole, se non fosse semi-utopistico.

Roberto Cipresso
Giovanni Negri
VINOSOFIA
Edizioni Piemme
€ 19,50
Stefano.

venerdì 6 marzo 2009

Sagrantino di Montefalco 2003, cantina Adanti.


E' la sorpresa, gradita, di un venerdi sera piovoso e ombroso.
Questo prodotto della cantina Adanti con sede a Bevagna, in provincia di Perugia, è l'ennesima dimostrazione che l'annata 2003 per il Sagrantino è stata ottima.
Il colore fitto fa compagnia ad un olfatto molto buono composto da amarena sciroppata e spezie scure.
A me gradisce anche una nota di sottofondo di tabacco.
La struttura è buona, emergono i due anni in tonneau e l'anno di affinamento in vetro.

In bocca non stanca e si lascia bere con un tannino fine ed elgante, di ottima fattura.

Presumo che vada molto d'accordo con secondi di carne e cacciagione varia.
Noi l'abbiamo gustato con la melanzana alla parmigiana ed è andato comunque bene.

Da una mia ricerca ho scoperto che il prezzo di questa bottiglia, in enoteca, è intorno ai 25 euro, devo dire un po' tantini.
Per cui tra le note negative ci metto il rapporto qualità\prezzo, per il resto però...siamo su ottimi livelli.
E penso che Bob non possa che confermare !


Marco.

giovedì 5 marzo 2009

Podere Còncori a Lucca.


Per la conoscenza di questa azienda devo ringraziare il mitico Riccardo del Corriere del Vino. Il titolare, Gabriele, è stato definito come il primo "vigneron" della garfagnana. Di certo c'è che i suoi vini sono dotati di personalità e questo, specie in zone dove ci si potrebbe crogiolare sugli allori dell fama, è secondo me già un bel valore.
L'azienda è biodinamica: per chi non sa cosa significa mi sono ripromesso per quest'anno di farci un bel pezzo sopra, comunque sul sito dell'azienda c'è una interessante descrizione.



Veniamo al perchè Gabriele è stato definito vigneron: è abbastanza intuitivo, ma comunque perchè tra le uve che coltiva nei suoi tre ettari vi sono queste varietà: syrah, pinot nero, pinto bianco, chenin blanc, gewurtraminer (che è un po' la pecora nera visto che sono quasi tutti francofoni) e altre varietà locali, come il ciliegiolo.
Attualmente la produzione si impernia su due vini:
- Melograno Rosso 2006 -(Syrah 60%, Ciliegiolo 5%, Carrarese 5%, Pinot Nero 10%, più altri vitigni autoctoni). Per il 2007 che ho assaggiato in anteprima si andrà verso syrah quasi in purezza.
A me è piaciuto abbastanza, ed un gran risultato considerando che il syrah in purezza non mi ha quasi mai esaltato;
- Podere Concori Bianco 2007 -(Pinot Bianco 40%, Chanin blanc 20%, Gewurtzraminer 10%, più altri vitigni autoctoni). Dal sito: "Macerazione sulle bucce e fermentazione in tini di acciaio a bassa temperatura per conservare gli aromi intensi e fruttati, al palato risulta piacevole e fresco. L'acidità è bilanciata dal corpo del vino."

Ma il vero cavallo di battaglia sarà un altro: mi ha fatto assaggiare una vendemmia tardiva (una chicca, una vera anteprima) eccezionale, dove si alternano note secche e note dolci in un turbinio di sensazioni difficilmente descrivibili.
In aggiunta ho bevuto anche un bel pinot nero in purezza, con tutti i crismi di un buon pinot nero, tra cui anche qualche nota nervosa, in aggiunta alla succosità e ad una nota di morbidezza che solo la terra toscana riesce a dare.

Bravo Gabriele!

Stefano.

mercoledì 4 marzo 2009

Caponatina.




Ingredienti (per 6 persone): 1 kg di melanzane - 400 gr di pomodori
ben maturi - 1 cucchiaio di concentrato di pomodoro - 10 gr di olive verdi in
salamoia - 50 gr di capperi sotto sale - 1 cucchiaio colmo di pinoli - 1
bicchiere di aceto di buona qualità - 1 grossa cipolla - 1 cucchiaio di zucchero
- 2 cucchiai di olio extra vergine d’oliva - olio di oliva per friggere - un po’
di foglie di basilico - sale - pepe




Lavare le melanzane, privarle del gambo e tagliarle a tocchetti. Metterle quindi in un colapasta, spolverarle di sale, posarvi sopra un piatto con un peso sopra e lasciarle spurgare per un’ora (in modo che perdano l'amaro che le contrddistingur). Passare velocemente i pomodori nell'acqua bollente, passarli sotto l’acqua fredda, pelarli, privarli dei semi e spezzettarli. Snocciolare e dividere le olive in due. Fare soffriggere la cipolla, unire i pomodori ed il concentrato. Lasciar cuocere per dieci minuti a fuoco medio e senza coperchio. Insaporire con poco sale e pepe. Aggiugere le olive, i pinoli ed i capperi ben sciacquati dal sale. Sciogliere lo zucchero nell’aceto e versarlo nel sugo mescolando bene e lasciare cuocere a fuoco dolce per circa venti minuti. Sciacquare ed asciugare le melazane premendole dentro un canovaccio. Friggerle, anche in più volte, in abbondante olio ben caldo. Scolarle e stenderle su carta da cucina. Aggiungere le melanzane alla salsa e lasciarle stufare per cinque minuti.


La caponativa va mangiata a temperatura ambiente dopo averla cosparsa di foglie di basilico spezzettate. Va’ tolta dal frigo almeno un’ora prima di servirla.




Stefano

martedì 3 marzo 2009

Sfursat anno 1997, cantina Nino Negri.



Commentare questo vino è facile, commentare la bottiglia che "quella sera" abbiamo aperto è difficile.
Lo Sfursat base di Nino Negri è un nebbiolo 100% che di solito si aggira intorno ai 14 gradi di alcolicità.
La degustazione di questa bottiglia non è stata fortunata, poichè la bottiglia è sembrata da subito "toccata" in maniera irreparabile.
Per dovere di cronaca diciamo che non si trattava di tappo.
Per quel poco che posso raccontarvi... ricordo un colore molto cupo, granato.
Al naso erano appena, appena percettibili sentori di tabacco e spezie.
L'impatto peggiore lo si aveva dal punto di vista del tannino, che risultava sgradevole e "strano".

Peccato...una bottiglia fallata come puo' accadere anche a case ed a vini rinomati come lo Sfursat di Nino Negri.
Lo riassaggerò a breve e ve ne darò menzione.


Marco.

lunedì 2 marzo 2009

Cassano testimonial del vino...

Dall'affidabile "La Stampa.it " di giovedi 5 Febbraio, a firma R. Fiori.



Geniale e ribelle, esuberante e incontrollabile, senza dubbio originale.
Così è Antonio Cassano, un astemio che si beve la vita.
«La butta giù tutta dentro, anche a costo di ubriacarsi», l’efficace illustrazione di Pierluigi Pardo, telecronista di Sky che ha recentemente raccolto in un libro la sua biografia. Di fronte a tante qualità, quelli dell’Enoteca regionale del Roero non hanno avuto dubbi.
«Cassano - dice il presidente Luciano Bertello - sarebbe il padrino ideale per il Roero Arneis 2008, un vino che sa tradurre in profumi, colori e bouquet di straordinario equilibrio le asprezze, i contrasti e le esagerazioni delle nostre terre».
Detto fatto: i promotori hanno preso carta e penna e hanno fatto un invito ufficiale al fantasista della Sampdoria, che pare abbia accolto la proposta con un sorriso benaugurante, anche se i dettagli sono ancora tutti da definire. «Arneis» nella lingua piemontese indica proprio un individuo bizzarro e difficile da controllare, ma anche simpatico ed estroverso.
L'anno scorso il riconoscimento era andato a un personaggio che questa definizione la calzava a pennello: Luciana Littizzetto, un'attrice comica che sa dosare le risate dal retrogusto amarognolo, le battute equilibrate tra acidità e delicatezza. Ma anche il calciatore di Bari Vecchia ha tutti i requisiti per essere laureato in «Arneis», un vino piemontese controcorrente, l'unico grande bianco docg in una terra di vini rossi.
A soli 26 anni ha all'attivo centinaia di prodezze e altrettante uscite fuori tempo, qualche bandierina rotta, alcune fughe dai ritiri e le inevitabili maglie lanciate a seguito dei litigi con allenatori e molti arbitri che hanno avuto l’avventura e talvolta la sventura di incrociare il suo cammino.
Cassanate, insomma, che potrebbero essere perfette da raccontare durante un brindisi.
I produttori del Roero hanno già pronte 365 bottiglie da donargli, tante quanti sono i giorni dell'anno, e sperano proprio che il fuoriclasse accetti di andare a ritirarle sulle loro colline, tra Alba e Canale. L'accoglienza non potrebbe essere più calorosa, anche se Cassano proprio nelle pagine della sua biografia confessa: «Non fumo e non bevo. Al massimo un dito di vino bianco, annacquato. Lo so che non è il massimo per uno che dovrebbe essere il ribelle del calcio italiano. Ma le cose stanno così. Spero di non avervi deluso». Se accetta, speriamo che almeno per una volta faccia un'eccezione e non annacqui il prezioso vino: sarebbe davvero una cassanata imperdonabile. D'altra parte, da sempre Antonio Cassano ha preferito riservare il suo talento smisurato al pallone e alle donne: quattro fidanzate in undici anni, più qualche altra avventura. «Diciamo tra seicento e settecento donne, una ventina delle quali appartengono al mondo dello spettacolo, ragazze bellissime alle quali sarebbe stato difficilissimo dire no. Infatti io dicevo sì», racconta ancora nella sua biografia. Insomma: una vita di eccessi. «Si vive per divertirsi, per ridere, per scherzare, io almeno la penso così». Ma anche l'amicizia: «Non sono le vittorie che rendono felice un uomo, e nemmeno i soldi, ma gli affetti veri». Per questo, immaginiamo che Cassano si troverebbe bene tra i produttori di vino dell'albese. Gente che bada alla sostanza, ma che sa apprezzare l'estro genuino, sul campo da calcio, come in un vigneto.